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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Bese (del 06/01/2009 @ 11:49:46, in Ospiti, linkato 0 volte)
(Unita.it)
Israele usa bombe a grappolo al fosforo bianco. Si tratta di armi che in base alla Convenzione di Ginevra e ai relativi protocolli internazionali del 1980 non possono essere utilizzate contro la popolazione civile e in aree densamente popolate.
Dell’impiego massiccio di queste bombe, con il loro caratteristico effetto tracciante simile a un fuoco d’artificio, se viste da lontano, esiste una vasta documentazione fotografica nei reportage delle principali agenzie del mondo che arrivano in questi giorni dalla Striscia di Gaza.
A parlarne, a denunciarne l’uso durante l’avanzata terrestre dell’esercito israeliano dopo aver visto queste foto, sono stati soprattutto i blogger. Una denuncia che corre sul web da un capo all’altro del mondo ma che finora non ha trovato finora molto spazio sulle pagine dei giornali cartacei. Se ne parla però su alcuni forum di quotidiani inglesi, da "The Guardian" al "Times" di Londra.
Il capitano Ishai David, portavoce dell’esercito israeliano, si è comunque preoccupato di rispondere ai dubbi, affermando che «Israele usa munizioni che sono accettate dalle leggi internazionali». Lo stesso "Times" ha ricordato che le bombe a grappolo – a conchiglia, shells, si chiamano in inglese – al fosforo bianco non sono illegali se usate solo come proiettili traccianti per indicare la direzione e coprire l’avanzata delle truppe terrestri. Gli inglesi lo sanno bene perché le hanno utilizzate con questo escamotage in Iraq.
I dubbi sulla liceità di questi bombardamenti al fosforo però restano tutti. Anche in considerazione del fatto che Tel Aviv ha dapprima negato ma alla fine ammesso di aver usato armi illegali come le cluster bombs durante la guerra nel Sud del Libano, nell’estate di tre anni fa.
Alcuni esperti militari britannici intervistati in forma anonima dal "Daily Mail" sostengono che sia assai dubbia la liceità dell’impiego di queste armi anche come «cortina fumogena» in una zona tra le più densamente popolate del pianeta qual è la Striscia di Gaza. E sostengono che ci troveremmo di fronte ad un pesante crimine di guerra.
«Se fosse provato l’utilizzo di bombe al fosforo verso postazioni civili densamente popolate Israele potrebbe essere chiamata risponderne davanti al tribunale dell’Aja», ha detto al "Times" Clarles Heyman, tenente colonnello dell’esercito britannico.
Poi ci sono le foto che circolano in Rete di bambini uccisi nei bombardamenti su Gaza. Foto raccapriccianti che vengono da siti arabi, probabilmente legati ad Hamas. I bambini morti hanno i volti, la testa completamente nera, sembrano ustionati ma hanno i lineamenti ancora visibili e il resto del corpo quasi intatto. Cadaveri simili a quelli che si sono visti durante la guerra in Libano.
Nei blog circola poi la denuncia di un operatore sanitario di un ospedale della Striscia di Gaza. Si chiama Jawad Najem. E dice di essersi trovato di fronte a centinaia di persone con ferite da bombe al fosforo. «Sono arrivati tutti domenica», il giorno dell’attacco terrestre dei soldati di Tshal.
Ahmed Al Dabba, un ragazzo di 26 anni che vive nella parte orientale della Striscia ha postato il suo racconto delle prime ore dell’attacco, quando ancora funzionavano le reti telefoniche e telematiche ora tagliate. Racconta di essere salito sul tetto della sua casa non lontano dal valico di Karni e di aver visto centinaia di bombe a conchiglia al fosforo bianco lanciate nella notte. «Ne ho contate almeno duecento in un’ora, purtroppo non sono riuscito a vedere bene gli obiettivi che venivano colpiti».
05 gennaio 2009
PER LEGGERE L'ARTICOLO DEL TIMES http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/middle_east/article5447590.ece
Di Bese (del 30/12/2008 @ 17:35:38, in Ospiti, linkato 2 volte)
“È stata una notte terribile, nel vero senso della parola. Dalle 21 di ieri sera alle 4 del mattino di oggi le forze israeliane hanno proceduto a un bombardamento continuo e costante. Le esplosioni erano così tante e così forti, che abbiamo passato la notte svegli. Gli aerei israeliani hanno distrutto ogni cosa che si muoveva. Hanno colpito case e tutti gli edifici più alti, incluse alcune torri qui vicino a casa nostra. Vi assicuro che il rumore era insopportabile”: a parlare con la MISNA, in quello che ormai è diventato un appuntamento quotidiano, è padre Manuel Musallam, parroco della chiesa della Santa Famiglia di Gaza City, contattato telefonicamente nella sua abitazione, dove si trova rinchiuso da sabato, quando sono iniziati i bombardamenti israeliani. “Oggi ho chiamato le famiglie che conosco e che vivono nelle zone maggiormente colpite dai bombardamenti. Erano tutti devastati da una notte insonne e dal terrore dei bambini. I bambini sono quelli che stanno soffrendo maggiormente per questa incursione; sono evidentemente traumatizzati, non fanno che piangere e non si vogliono staccare neanche per un attimo dai genitori” aggiunge il religioso, che racconta anche di come due insegnanti che lavorano nella scuola annessa alla Parrocchia e gestita insieme alle suore sono usciti miracolosamente illesi dalla distruzione delle proprie abitazioni dopo che razzi israeliani le hanno centrate nelle ultime ore. “Ricorderemo questi bombardamenti anche per il freddo. Qui è inverno adesso e il fatto di dover tenere le finestre aperte giorno e notte, per evitare che lo spostamento d’aria delle esplosioni faccia saltare tutti i vetri e le distrugga, rende tutto ancora più difficile, visto che non c’è elettricità, ma scarseggia anche il combustibile per scaldarsi un po’, per non parlare poi di acqua e cibo” dice ancora padre Musallam. Il sacerdote racconta poi come nella vita quotidiana degli abitanti di Gaza in questi ultimi giorni sia entrata di prepotenza una nuova abitudine. “Dopo ogni ondata di bombardamenti, esponenti delle varie famiglie fanno il giro di ospedali e obitori per rintracciare i membri della propria famiglia che non risultano raggiungibili al telefono. Oggi un mio amico medico mi ha raccontato che lui e alcuni suoi cugini sono rimasti per oltre un’ora a fianco di un ragazzo privo di coscienza che si trovava ricoverato all’ospedale con il viso deturpato dalle schegge di vetro e una gamba mozzata da un’esplosione. Erano convinti si trattasse di un loro nipote di cui non riuscivano ad avere notizie e che non avevano trovato tra i cadaveri dell’obitorio. A un certo punto però è arrivata la ‘vera’ famiglia del ferito e così hanno capito che il loro parente era con grande probabilità morto. Sono comunque rimasti a fianco di quel ragazzo e ai suoi familiari ancora un’ora, prima di fare ritorno a casa” racconta Musallam. Mentre prosegue la conversazione telefonica con padre Musallam le televisioni internazionali mostrano le immagini di decine di carri armati israeliani ammassati lungo il confine con Gaza. “Credo – dice il sacerdote interrogato sui possibili sviluppi di un’azione di terra – che se gli israeliani decideranno davvero di condurre anche un’offensiva di terra a Gaza ci sarà solo un grande massacro. Ci saranno molti più morti e molta più distruzione e alla fine Hamas uscirà da tutta questa storia più forte di prima. Quello che sta avvenendo in questi giorni avrà solo una conseguenza: allontanare sempre di più la speranza di arrivare alla pace. Un intervento di terra sarebbe solo un altro calcio alla parola pace”. “Vedete, ultimamente pronunciare la parola pace o riconciliazione è quasi diventato un tabù. Da entrambe le parti chi pronuncia queste parole viene guardato come un traditore. Tutta questa violenza non farà che rendere più difficile pronunciare la parola pace e dare forza, invece, ai falchi che cercano solo la guerra” dice alla MISNA padre Musallam, prima di chiudere la conversazione. [MZ-Misna]
Di Bese (del 30/12/2008 @ 17:30:24, in Ospiti, linkato 2 volte)
La voglia di aiutare c'è ancora, ma tempo e soldi mancano. Bisogna spesso dedicarsi ai figli, ai genitori, al lavoro. E la crisi economica incide. E gli effetti si leggono tra i dati più recenti (agosto, Astra Ricerche) che evidenziano il problema: nel 2006 i volontari erano 12 milioni, ora non arrivano a dieci. I motivi della rinuncia? Per il 18%, problemi con l'impiego e con la famiglia, per il 15% le difficoltà finanziarie. L'ultimo allarme lo lanciano le nove associazioni di NoiMilano che offrono persone e ambulanze al 118: costretti a farsi "pubblicità", perché in tanti abbandonano. Secondo Alessandra Pigoni, responsabile della campagna, i motivi sono essenzialmente pratici. Non la "cultura" dell'individualismo, non il "riflusso nel privato", ma qualcosa di più pressante: "La diffusa precarietà del posto di lavoro, la richiesta di grande flessibilità di orari. E poi la famiglia che cresce, da riorganizzare senza aiuti sociali. Il nostro corso di formazione è impegnativo e in genere chiediamo poi la disponibilità per una notte ogni sette o dieci giorni. Un tempo le persone rimanevano con noi anche tutta la vita. Adesso, dopo qualche anno spariscono". Massimiliano Pallotta, 39 anni, per esempio. Era nella Croce Verde milanese da quando ne aveva 20: "Abbiamo lasciato in tanti, per inseguire il lavoro", ci racconta. "Il primo intervento lo ricordo come fosse ieri. Era un giovane che aveva bevuto troppo. All'epoca facevo tre notti e due "diurne" al mese. Sono riuscito a continuare anche dopo essermi sposato. Finché non è nato il terzo bambino: mia moglie segue il neonato e io i due più grandi, di tre e sei anni. Ma sono impiegato in una società finanziaria e lavoro dieci, anche dodici ore al giorno. Mentre lei dovrà tornare presto a insegnare: ha infatti ottenuto il posto fisso da poco. Per fortuna possiamo contare sull'aiuto dei nonni. Ma da anni non ci concediamo neppure un cinema e facciamo le vacanze in campeggio". Enrico Schinelli, che aveva iniziato con Intervol a 16 anni, ha abbandonato nel 2006, quando ne aveva 32. "Mi sono trasferito a Brevuzzo, un piccolo centro del Trentino, dove tutto costa meno. Non sopportavo più il caos cittadino di Milano". Ma tiene a segnalare altri due aspetti della crisi: "Le nostre divise sono diventate molto care. Devono essere per legge ad "alta visibilità" e questo significa che chi le produce ci specula. Naturalmente è il volontario che deve pagare. E questo non aiuta. Come pure il fatto che solo se fai parte della Croce rossa o della Protezione civile il datore di lavoro verrà rimborsato - e dunque pagherà i giorni di volontariato - in caso di chiamate per alluvioni e terremoti". Alice Sciandrone, 25 anni, è tra quelle che hanno resistito solo un anno. "Frequento l'università e lavoro come educatrice in una comunità. Volevo provare il volontariato, l'ho fatto con Sos Lambrate, ma ho dovuto lasciare". L'elenco potrebbe continuare all'infinito. "Da cinque anni ormai abbiamo carenza di volontari", ammette Alberto Fossati, segretario generale della Croce Bianca milanese. "E da tempo ai dipendenti della grande distribuzione e dei centri commerciali è preclusa perfino la scelta. A causa dei turni, serali e festivi, fissati con pochi giorni di preavviso". Da Firenze il professor Enrico Cini, che nella vita insegna Ingegneria agraria, come coordinatore delle Misericordie della provincia spiega: "Il volontariato di oggi non è paragonabile a quello di vent'anni fa. Non ci sono più i giovani pensionati. E chi finisce di lavorare cerca un modo per arrotondare. Oppure deve occuparsi dei nipoti. I giovani, in compenso, sono molto aleatori. Dopo due o tre anni spariscono. Tornano da quarantenni, ma con poche ore disponibili". Il dottor Danilo Bono, responsabile del Dipartimento del 118 piemontese, conferma: "La crisi si sente, soprattutto a Torino. Nella nostra regione le associazioni hanno la possibilità di assumere fino a un terzo del personale. Da un anno qui in città la quota viene sfruttata appieno da tutti. E mentre in passato il precariato giovanile è stato anche fonte di volontari, adesso la necessità di arrotondare con più lavori si è fatta più pressante. Però i motivi, secondo me, non sono solo economici. C'è disaffezione per l'aiuto al prossimo, meno disponibilità culturale. E scarsa difesa dei media: se oggetto di critiche, il volontario perde la voglia". Ora però rischia di perderla anche chi contribuisce non con il suo tempo, ma con i propri soldi. L'Istituto italiano donazione (Iid) non si occupa direttamente della raccolta fondi ma di promuoverne la cultura e aiutare le organizzazioni non profit a garantire totale correttezza di gestione. In un'indagine commissionata dall'Iid e presentata in novembre da GfK Eurisko, i donatori stabili ritengono che continueranno a farlo. Chi invece offre contributi in maniera occasionale, dubita che proseguirà. Motivo principale: la mancanza di soldi. Il segnale è piccolo, per ora, ma negli Stati Uniti e in Gran Bretagna il calo è già iniziato e il dibattito anima i blog dei fundraiser. Maria Guidotti, presidente dell'Iid e portavoce del Terzo settore, non ha incertezze in proposito. "Le persone hanno meno da spendere e sono più attente, selettive. Quanto al calo dei volontari, la precarizzazione non aiuta. L'intera organizzazione della vita è cambiata, il sistema di relazioni si è impoverito, con una perdita di capitale sociale enorme. E poi, la crisi finanziaria è accompagnata da un messaggio evidente: bisogna competere. Il che permette di vivere soltanto nel presente, senza poter fare progetti. Mentre nessuno pensa a investire nel volontariato degli anziani: un altro patrimonio che viene disperso".
"È colpa del modello privatistico" Marco Granelli è presidente dei 77 Centri di servizio per il volontariato italiani, che contribuiscono a organizzare il lavoro delle associazioni. Aiutava gratis gli altri già a 17 anni. Ha smesso solo perché l'impegno sociale è diventato un lavoro. Ora che è consigliere comunale del Pd a Milano si dice molto preoccupato per il "restringimento" del welfare. "Il ragionamento del governo è allarmante: non si può tagliare il fondo per le Politiche sociali e pensare di sostituirlo dando il cinque per mille ai volontari. Senza la presenza dello Stato - con leggi, garanzie e investimenti - l'opera gratuita delle persone rischia di non servire, oltre che non bastare. Quello attuale è un modello che cerca di scaricare tutto sul singolo, ispirato da una cultura privatistica che punta alla concorrenza e al consumo. Ma questo impedisce un volontariato organizzato e dunque di qualità. Dello stesso modello fa parte un mondo del lavoro che richiede sempre più disponibilità sugli orari: non poter programmare il tempo libero non aiuta. Infatti tra i volontari diminuisce la presenza di giovani e adulti. Aumentano solo gli anziani. E l'articolo 17 della legge che dal 1991 organizza l'intero settore, non viene applicato: prevede permessi lavorativi che poi vengono raramente inseriti nei contratti, soprattutto da parte delle grandi imprese e della pubblica amministrazione. Anche quando sono previsti, poi, sono poco usati. Invece bisognerebbe ragionare con le aziende sul tema, offrire loro qualcosa in cambio, premiando la responsabilità sociale d'impresa, per esempio". (Fonte: Repubblica, Alessandra Baduel)
Di Bese (del 26/11/2008 @ 09:03:59, in Ospiti, linkato 22 volte)
(Da Beppegrillo.it)
Ho comprato due lavatrici, tre frigoriferi e uno schermo al plasma. Ingombrano un po’, ma non potevo ignorare l’appello di Testa d’Asfalto dall'Abruzzo. La colpa della recessione è di chi non consuma. Dei finti disoccupati. Le aziende non producono e la Fiat ha i piazzali pieni di auto. E’ una legge di natura. Se non compri, azienda chiude.
Italiani, tirate fuori i soldi dal materasso, siete peggio di un genovese. Pensate a quell’uomo. A ciò che ha dovuto patire per il nostro Paese divenuto di sua proprietà. Alle sue ville in Sardegna. Ai suoi mille e mille miliardi. I danèe li ha meritati. Lo sapete, è ricco sfondato grazie a voi. Con il meccanismo dei soldi comunicanti. La pubblicità è il pizzo che pagate su ogni acquisto. Quando comprate una merendina o una scatola di pomodori finanziate Mediaset. La pubblicità fa parte del prezzo del prodotto e la pagate tutti i giorni. Quando voi consumate, lui incassa. Se l’Italia è più povera e lui ricchissimo una ragione ci sarà. Chiamala, se vuoi, P2.
Se non consumate, lui diventa triste e non ascolteremo più le sue famose barzellette su Obama abbronzato come Naomi Campbell e su Mangano eroe di Forza Italia. Se la raccolta pubblicitaria di Publitalia crolla, il titolo di Mediaset soffre peggio di Veltroni quando fa opposizione. Se va sotto l’euro chi lo racconta a Confalonieri?
Ci sono voluti vent’anni per consumare l’Italia, ma lui ci è riuscito. Ha avuto l’appoggio dei collaborazionisti Bossi, D’Alema e Violante, è vero. Centinaia di giornalisti si sono venduti, è vero. Ma lo sfascio, diciamocelo, è soprattutto merito suo. I 400.000 precari che perderanno il lavoro entro Natale non deludano lo psiconano. Si rechino con le famiglie alla sede più vicina della Mediolanum, la banca intorno a loro. Chiedano del signor Ennio Doris. Dicano che li manda Berlusconi, il coproprietario della banca, e che devono consumare. Un prestito, un mutuo a tasso agevolato e via verso il più vicino centro commerciale per una sveltina tra gli scaffali.
La cura per il rilancio dei consumi comunque c’è. Tremonti è al lavoro per una manovra di 80 miliardi di euro che saranno investiti in opere pubbliche. Gli 80 miliardi verranno prelevati dalle tasse degli italiani. Ci arricchiamo e ci indebitiamo da soli. Un giro conto sul conto degli altri. Togliere ai contribuenti per dare alla Confindustria.
Lasciate la luce accesa anche di giorno, l’acqua del rubinetto aperta, i caloriferi a tutta manetta. Usate tre preservativi alla volta, uno sull’altro, e due scatole di Viagra per sera. Consumate, consumatevi. L’ottimismo del coglione genera mostri.
Di Bese (del 24/11/2008 @ 20:49:59, in Ospiti, linkato 28 volte)
CARACAS - Hugo Chavez vince, ma l'opposizione avanza. Questo in estrema sintesi l'esito delle elezioni regionali che si sono svolte ieri in Venezuela. Confermato il predominio dell'Alleanza patriottica guidata dal partito del presidente, che ha conquistato 17 Stati, ma si registra anche un aumento di consensi per la coalizione avversa, che non solo conserva i due importanti Stati che già controllava ma ne conquista un terzo, quello di Caracas. Due Stati sono ancora in bilico. Oltre 17 milioni di persone sono state chiamate a eleggere 22 governatori, 328 sindaci e centinaia di consiglieri regionali e municipali.
Poco dopo che il Cne, il Consiglio elettorale nazionale, ha diffuso i risultati pressoché definitivi, Chavez ha proclamato la vittoria del suo Psuv, il Partito socialista unito del Venezuela, e si è congratulato sia con i suoi sostenitori sia con l'opposizione: "Il popolo, che ha votato per i candidati della rivoluzione o per altri, ha dimostrato che noi godiamo qui di un sistema democratico e che noi rispettiamo le sue decisioni".
Secondo il Cne, la partecipazione al voto è stata del 65,45%, "il tasso di partecipazione a elezioni regionali più alto degli ultimi anni", ha detto il presidente dell'organismo, Tibisay Lucena. Poco dopo le 23 locali (le 4.30 in Italia) il Consiglio ha annunciato i risultati in 20 Stati, dopo lo spoglio di oltre il 97,67% delle schede. Secondo i dati, i candidati del Psuv, il Partito socialista unito del Venezuela, al potere, hanno vinto in 17 Stati, mentre l'opposizione ha vinto in almeno tre Stati tra i più importanti (prima ne controllava solo due). Negli ultimi due Stati il risultato è ancora incerto.
In particolare, la coalizione di opposizione ha confermato la guida dello Stato nord-occidentale di Zulia, il più ricco e popoloso del Paese, e dello Stato di Miranda, nel centro del Paese, il secondo con più abitanti. Ma soprattutto ha strappato al Psuv la zona metropolitana di Caracas e lo stesso comune della capitale. Nello Stato di Barinas, che ha un significato politico particolare perché è quello originario di Chavez, ha vinto il fratello del presidente, Adan Chavez, con il 49,63% dei voti, contro Julio Cesar Reyes, attuale sindaco della città, ex membro della coalizione pro Chavez.
"Un grande trionfo della democrazia", ha commentato il presidente. "Vorrei ricordare a tutti coloro che insistono a chiamarmi tiranno - ha aggiunto - che un anno fa il 'tiranno Chavez' ha perso un referendum per meno di 10 mila voti. E sono stato il primo a riconoscere di aver perso e a essermi congratulato con i vincitori".
Nel corso della campagna elettorale, Chavez aveva minacciato alcuni dei candidati dell'opposizione: in particolare Manuel Rosales, suo avversario principale nelle presidenziali del 2006, attualmente sotto inchiesta per riciclaggio. Il presidente aveva affermato che se la "mafia" di Rosales avesse vinto nello Stato di Zulia, lui avrebbe mandato l'esercito.
(repubblica.it)
Di Bese (del 23/11/2008 @ 15:33:36, in Ospiti, linkato 3 volte)
Ciao a tutti amici di a tu per tu, causa problema mistico/tecnico la scorsa puntata di A tu Per Tu, che ospitava Teatro Reginald e Asociacion Universitaria di Caracas, si è persa nel blu...LUNEDì 24 NOVEMBRE, ORE 21, SI REPLICA!
STAY TUNED!
Di Bese (del 11/11/2008 @ 10:51:52, in Ospiti, linkato 16 volte)
 Finalmente, si fa per dire, riparte la commissione parlamentare antimafia. Voi sapete che è dall'inizio degli anni Sessanta che il Parlamento italiano si costituisce in commissione bicamerale antimafia per combattere la mafia, soprattutto nei suoi rapporti tra mafia e politica. C'è una contraddizione: la politica che combatte i rapporti tra mafia e politica è come dire la mafia che combatte i rapporti fra mafia e politica. E infatti non li ha, almeno negli ultimi quindici anni, mai combattuti; da quando, cioè, non c'è più un'opposizione forte a chi sta al governo ma ci sono, sulle questioni che contano, finte divisioni fra maggioranza e opposizione e poi una sostanziale unanimità. Infatti, come sappiamo, negli ultimi quindici anni tutte le normative serie in materia di lotta alla criminalità organizzata sono quelle che erano contenute nel papello di Totò Riina. Sono state abolite le carceri nelle isole con l'isolamento del 41bis serio, Pianosa e Asinara; sono stati di fatto aboliti i pentiti, nel senso che nell'anno 2000 destra e sinistra insieme hanno messo mano alla riforma che aveva voluto Falcone all'inizio degli anni Novanta e hanno deciso di togliere tutti i benefici che rendevano conveniente, per un mafioso, schierarsi dalla parte dello Stato tradendo la mafia. Per cui i mafiosi hanno capito l'antifona, quelli che avevano qualche intenzione di pentirsi se la sono fatta passare, quelli che si erano già pentiti si sono pentiti di essersi pentiti e hanno ritrattato. In più sono state ridotte di molto le scorte ai magistrati e ai testimoni antimafia. E' stato svuotato dall'interno il 41bis per cui quando il cosiddetto ministro Alfano racconta che non è mai stato così efficace sa benissimo - spero per lui - di raccontare favole perché lo sanno tutti che il 41bis è diventato una specie di barzelletta da quando è stato stabilizzato per legge. Quando voi sentite il presidente del Senato Schifani dire: "noi nella legislatura del governo Berlusconi II abbiamo stabilizzato un provvedimento che prima era provvisorio e veniva attuato dal ministro della Giustizia di sei mesi in sei mesi, abbiamo stabilizzato per sempre il 41bis", spero che anche lui - ma credo che lo sappia - sia conscio di raccontare favole. Perché il 41bis quando era provvisorio era molto più efficace che oggi quando è diventato legge definitiva. Per quale motivo? Per un motivo molto semplice: quando un provvedimento viene rinnovato di sei mesi in sei mesi i tempi burocratici necessari per il mafioso recluso per chiedere la revoca dell'isolamento, sono talmente lunghi che di solito la risposta alla sua domanda non arriva in tempo in sei mesi, quindi quando gli rispondono c'è già stato un nuovo provvedimento semestrale, contro il quale deve di nuovo ricorrere. I ricorsi, quindi, contro il 41bis non venivano quasi mai accolti perché non si faceva in tempo. Praticamente il 41bis durava molto a lungo ed era molto difficile revocarlo. Ora che è diventato un provvedimento che vale per sempre, preso una volta vale per sempre - o almeno fino a che non ce ne sono i presupposti - i ricorsi sono molto facili perché anche se durano 7-8 mesi ne basta uno perché la persona possa vincerlo, allora si va alla discrezionalità del magistrato singolo il quale ogni volta che riceve il ricorso deve valutare se la persona sia ancora socialmente pericolosa, collegata con l'organizzazione mafiosa. E come fai a saperlo? Come fai a sapere se una persona è potenzialmente pericolosa? Come fai a sapere se ha ancora legami dopo anni che è in carcere? Lo puoi presumere ma se non lo puoi dimostrare, spesso puoi concedere la revoca del 41bis senza alcun rischio e senza alcuna formale irregolarità. Quindi molti detenuti mafiosi, anche stragisti, che stavano al 41bis hanno ottenuto, in buona o cattiva fede dei magistrati di sorveglianza, il trattamento carcerario normale. Quindi adesso incontrano quando gli pare avvocati, parenti eccetera. Non raccontiamoci balle: le commissioni antimafia sono un paravento per far finta che lo Stato ancora combatte la mafia. Non sono più le commissioni antimafia degli anni Sessanta e Settanta che addirittura anticipavano il lavoro della magistratura. La magistratura negli anni Sessanta e Settanta, soprattutto in Sicilia e a Roma in Cassazione, era quella magistratura che proclamava la non esistenza della mafia oppure scambiava la mafia per un'accozzaglia di bande che, scompostamente e senza alcun vertice, agivano per i campi. La commissione antimafia, molto più avanzata di quella magistratura, già faceva i nomi e i cognomi dei personaggi. Salvo Lima era citato decine di volte nelle relazioni di minoranza della commissione antimafia come referente della mafia ben prima che venisse assassinato e ben prima che nel processo Andreotti e nel processo sull'assassinio Lima i magistrati poi stabilissero nero su bianco che Lima era un noto mafioso. Negli ultimi anni la commissione antimafia è diventata un ente inutile, anzi dannoso, proprio perché ha diffuso la sensazione che il Parlamento continuasse a occuparsi dei rapporti fra mafia e politica, mentre non ha mai avuto il coraggio di mettere le mani sul caso Dell'Utri. Non ha mai avuto il coraggio di mettere le mani sul caso Berlusconi. Non ha mai avuto il coraggio di mettere le mani sul caso Andreotti, nemmeno dopo che la magistratura aveva già squadernato, sotto gli occhi dei commissari e del Parlamento, le carte necessarie e indispensabili per poter tirare almeno le conclusioni politiche di quei rapporti ormai accertati. Io ricordo che, con Elio Veltri, scrivemmo il libro "L'odore dei soldi" nel 2001 con gli editori riuniti proprio perché Veltri faceva parte della commissione antimafia. Venne da me e mi disse: "abbiamo fatto arrivare dal Tribunale di Palermo le carte del processo Dell'Utri, le perizie sui finanziamenti ambigui della Fininvest negli Settanta e Ottanta, i rapporti sui finanziamenti delle varie finanziarie del gruppo Berlusconi. Quando io ho chiesto di discuterne in commissione, eravamo alla fine della legislatura del centrosinistra, mi hanno tutti guardato come un matto e abbiamo votato. Ho votato da solo per parlare del caso Dell'Utri - Berlusconi in commissione antimafia e tutti mi hanno votato contro, compresi persone oneste della sinistra come Beppe Lumia dei DS e Giovanni Russo Spena di Rifondazione". Allora facemmo il libro. Ora perché vi racconto tutto questo? Perché si sta reinsediando la commissione parlamentare antimafia. Se voi andate sul sito della Camera, andate nella finestra che riguarda le commissioni, andate nelle commissioni bicamerali e trovate "Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno di mafia e sulle altre associazioni criminali anche straniere". Poi trovate la legge istitutiva, è una legge nuova ogni volta, rispetto a quella vecchia. Di solito ricopiata, questa volta - sono anche spiritosi - hanno voluto scrivere che questa commissione antimafia indagherà anche sui rapporti tra mafia e politica con particolare riferimento al periodo delle stragi del '92-'93. Quindi mandanti occulti, trattative fra Stato e mafia eccetera. Speriamo che sia vero. Alla voce presidente, vicepresidenti e segretari c'è il bianco, perché non hanno ancora designato il presidente. Ci sono invece i cinquanta componenti, venticinque deputati e venticinque senatori. Buona notizia: non ci sono pregiudicati. Ve lo dico perché nella scorsa legislatura ce n'erano due: Vito Alfredo e Paolo Cirino Pomicino. Questa volta hanno pensato di non metterceli. In compenso abbiamo dei personaggi che forse, valutate voi, non sono proprio il non plus ultra per la commissione antimafia. Soprattutto il presidente: pare il che il favorito alla presidenza dell'antimafia sia Beppe Pisanu. Premetto che Beppe Pisanu è persona estremamente seria ed è uno dei migliori, o dei meno peggio a seconda della visuale, di Forza Italia. Ma più per demerito degli altri che non per merito suo! Voi sapete che Pisanu è completamente uscito dall'orbita di Berlusconi: nessuno ne parla più. L'avete mai più visto in televisione, l'avete mai più sentito nominare? Eppure era il ministro dell'Interno durante le elezioni del 2006. Secondo alcuni, Enrico Deaglio, è il ministro dell'Interno che si oppone ai tentativi golpistici di broglio ventilati dal Cavaliere e per questo è protagonista di una rissa memorabile a Palazzo Grazioli. Da allora - noi non sappiamo se è vero, Deaglio con alcuni indizi l'ha sostenuto nella sua inchiesta sui presunti brogli nel 2006 - sta di fatto che Pisanu non ha più avuto alcun incarico di prestigio ed è stato posato, anche se è rimasto in Forza Italia. Adesso pare che, proprio per questo suo ruolo non più fidato per Berlusconi, stia diventando una figura di garanzia che piace anche all'opposizione per fare il presidente dell'antimafia. Purtroppo, però, Pisanu non è un pivellino appena uscito dalle Università. E' un signore nato a Sassari nel 1937. Ha un anno in meno di Berlusconi, ne ha 71. Laureato in scienze agrarie, era nella DC - nella sinistra DC - amicissimo di Cossiga. E' stato nella segreteria di Zaccagnini, capo della segreteria di Zaccagnini negli anni del compromesso storico. Poi è stato sottosegretario al Tesoro e alla Difesa nei governi Forlani, Fanfani, Spadolini, Goria e Craxi. Nel 1994 era vice capogruppo di Forza Italia alla Camera e nel 1996 è stato nominato capogruppo quando hanno cacciato Vittorio Dotti perché era fidanzato di Stefania Ariosto, che aveva il grave torto di avere parlato di Previti. Nel 2001 ministro per la verifica del programma nel governo Berlusconi II e poi ministro dell'Interno dopo che Scajola ebbe la splendida idea di definire "rompicoglioni, avido" il povero Marco Biagi dopo l'assassinio. Insomma, è in Parlamento da dieci legislature. Questa è la sua undicesima. Perché dico che forse non è l'uomo giusto al posto giusto? Perché nel 1983 era sottosegretario al Tesoro nel governo Fanfani V. Cosa successe? Il caso Ambrosiano. Andiamo con ordine: Pisanu è sottosegretario al Tesoro e il Tesoro ha il dovere di sorveglianza, insieme alla Banca D'Italia, sulle banche, soprattutto sull'Ambrosiano che era un'enorme banca. Bene, lui, che avrebbe dovuto vigilare come sottosegretario al Tesoro, in realtà era amicissimo di Roberto Calvi, il bancarottiere, e di tutti gli uomini che gli avevano dato una mano a fare bancarotta, a cominciare da Flavio Carboni. Flavio Carboni non era coinvolto tanto negli aspetti finanziari del caso Ambrosiano quanto piuttosto nella fuga di Calvi in Svizzera e poi in Inghilterra, tant'è che è stato addirittura imputato per l'omicidio Calvi, assolto in primo grado ma adesso credo ci sarà il processo di appello. Insieme a Licio Gelli, ad esponenti della banda della Magliana, un bel giro. Pisanu ci andava in barca, in Sardegna con Flavio Carboni, e sulla barca - che si chiamava la "Punto Rosso", 22 metri - c'era anche un omino: il nostro presidente del Consiglio attuale, Berlusconi. Sempre sulla barca, in Costa Smeralda. A un certo punto condannano Calvi per reati valutari, lo mettono in libertà provvisoria. Va anche Calvi in barca, dopo essere stato condannato in primo grado, arrestato e messo in libertà provvisoria, va in barca pure lui con Pisanu e il resto della compagnia. Poi nel 1982 arrestano Carboni per la fuga di Calvi, che poi è stato trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri di Londra; Carboni viene arrestato e Pisanu viene interrogato sulle sue frequentazioni con Carboni e risponde al magistrato Pierluigi Dell'Osso: "incontravo Carboni perché era un interlocutore valido per le forze politiche richiamantisi all'ispirazione cattolica". Carboni era un'anima pia: parlavano di teologia, probabilmente, in barca nei giorni del crack Ambrosiano. Carboni, aggiunge Pisanu riuscendo a rimanere serio, "mi disse che Berlusconi aveva interesse a espandere Canale5 in Sardegna, tal che lo stesso Carboni si stava interessando per rilevare, a tal fine, la più importante rete televisiva sarda, Videolina, e mi disse di essere in affari col signor Berlusconi anche a riguardo di un grosso progetto edilizio denominato "Olbia 2"". Era quando Berlusconi e Carboni volevano rovesciare una colata di cemento sulla costa Smeralda. Questo pio sodalizio si estende poi al Banco Ambrosiano perché, come vi ho detto, il sottosegretario al Tesoro, anziché vigilare su quello che stava facendo Calvi, già condannato per reati valutari, incontra Calvi quattro volte, in quei giorni. Subito dopo viene chiamato a rispondere alla Camera da un'interrogazione parlamentare delle opposizioni che, allarmate per il crack dell'Ambrosiano, del quale già si parla anche se non è stato ancora ufficializzato, chiedono notizie al governo, al sottosegretario al Tesoro. Pisanu, l'8 giugno del 1982, risponde alla Camera. Già all'epoca c'era un enorme buco, c'era il buco del banco Andino, affiliato al Banco Ambrosiano, che stava rischiando di trascinare anche l'Ambrosiano nel crack. Ma Pisanu rassicura: niente paura: è tutto sotto controllo, nessun allarme. Dice: "le indagini condotte all'estero sull'Ambrosiano non hanno dato alcun esito". Non tanti giorni dopo, un giorno dopo, il 9 giugno Pisanu va di nuovo a cena con Flavio Carboni. Un altro giorno dopo, il 10 giugno, Calvi scappa dall'Italia per finire, come sappiamo, sotto il Ponte dei Frati Neri, appeso. Nove giorni dopo l'uscita di Pisanu in Parlamento - tutto sotto controllo, nessun problema per l'Ambrosiano - il governo suo, Fanfani, mette l'Ambrosiano in insolvenza. Lo dichiara insolvente e manda sul lastrico migliaia di risparmiatori, che perdono tutto quello che avevano. Poi, sia l'Ambrosiano, sia l'Andino fanno la loro regolare bancarotta. La commissione P2, presieduta da Tina Anselmi, convoca Pisanu perché Angelo Rizzoli, editore, all'epoca proprietario del Corriere della Sera, P2, poi coinvolto in un crack, anche lui arrestato, racconta: "a proposito del Banco Andino, Calvi disse a me e a Tassandin - l'uomo della P2 al vertice del Corriere della Sera - che il discorso dell'onorevole Pisanu in Parlamento l'aveva fatto fare lui - Calvi. Qualcuno mi aveva detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni". Quest'accusa, che poi verrà riesumata anche dal portaborse di Calvi, Pellicani, non ha mai trovato conferma, quindi possiamo ritenerla falsa o non provata. Ma il problema è politico: Pisanu è il signore che ha messo la faccia, è andato in Parlamento a dire che il Banco Ambrosiano era una meraviglia mentre era alla vigilia del crack. Il tutto a causa dei suoi conflitti di interessi, cioè dei suoi rapporti con Carboni, con Calvi e con Berlusconi. In commissione P2 si scatenano le opposizioni: i più accesi sono Teodori, dei Radicali, e Tremaglia, del Movimento Sociale, che ne dicono di tutti i colori di Pisanu. Se volete trovate in "Se li conosci li eviti", la biografia di quei giorni terrificanti, tant'è che urlano "dimissioni, dimissioni, dimissioni!" e alla fine, il 21 gennaio del 1983, Pisanu si dimette da sottosegretario al Tesoro. Poi rientrerà in un altro governo e verrà riciclato da Forza Italia, perché sapete che in Italia non si butta via niente! Lo ritroviamo, Pisanu - ve lo racconto di nuovo il suo possibile ruolo di presidente della commissione antimafia - nel 2004, 10 gennaio, in una telefonata. Non è lui al telefono: al telefono ci sono Berlusconi, presidente del Consiglio, e Cuffaro, all'epoca governatore della Sicilia per il centrodestra. Cuffaro, sapete, era preoccupato perché c'era un'indagine per favoreggiamento alla mafia da parte della Procura di Palermo, Berlusconi lo rassicura e gli dice: "io ho saputo qui, la ragione perché ti telefono, il ministro dell'Interno mi ha parlato e mi ha detto che tutta la... è sotto controllo, è tutto sotto controllo". Chi era ministro degli Interni in quel periodo? Pisanu. A che titolo Pisanu sapeva notizie o controllava notizie su un'indagine segreta della magistratura a Palermo, un'indagine di mafia che coinvolgeva anche il governatore? E a che titolo informava Berlusconi di queste eventuali notizie segrete di cui aveva saputo? E a che titolo Berlusconi informava Cuffaro? C'è, per caso, un reato di favoreggiamento in questo comportamento? Lo domando perché Cuffaro è stato condannato per avere avvertito dei mafiosi su notizie riservate su indagini in corso. Se fosse vero quello che dice Berlusconi al telefono, forse ci sarebbe qualcosa di illecito anche nel comportamento di un ministro dell'Interno che si procura notizie su un'indagine segreta, che le rivela al presidente del Consiglio, che le rivela all'interessato, cioè all'indagato, cioè a Totò Cuffaro. Perché non sono stati chiamati a risponderne penalmente? Perché in quel periodo la procura di Palermo adottava una linea morbida nei confronti dei politici. Pisanu fu sentito come testimone, Berlusconi non fu nemmeno sentito. La procura, presieduta da Piero Grasso, chiese e ottenne la distruzione di quei nastri, anziché mandarli al Parlamento per ottenere l'autorizzazione a utilizzarli per valutare eventuali reati da parte di Berlusconi e Pisanu. Tutti da dimostrare, naturalmente, ma la telefonata è quanto mai inquietante, soprattutto perché Cuffaro non si è mai saputo da chi sapesse le notizie riservate che poi passava ai mafiosi. Qui abbiamo un piccolo indizio: "il ministro dell'Interno mi ha parlato, e mi ha detto che tutta la... è tutto sotto controllo, tutto sotto controllo". Perché dico questo? Perché è evidente che una commissione parlamentare antimafia seria, che volesse occuparsi dei rapporti mafia-politica, potrebbe per esempio cominciare dal caso Cuffaro. E nel caso Cuffaro domandarsi se c'erano deviazioni istituzionali. E magari convocare Berlusconi e Pisanu. Ma se il presidente dell'antimafia fosse Pisanu, potrebbe convocare se stesso? Si, dovrebbe guardarsi allo specchio e farsi le domande e darsi le risposte. Passate parola!
Ps. La scorsa settimana ho citato l'ex onorevole Publio Fiori a proposito della Loggia P2. Fiori mi prega di precisare che il suo nome figurava, sì, nelle liste ritrovate nel 1981 negli uffici di Gelli a Castiglion Fibocchi. Ma poi una sentenza definitiva del Tribunale di Roma (come pure l'Avvocatura Generale dello Stato) hanno stabilito che la presenza del suo nome nelle liste non dimostra la sua adesione alla Loggia. Il suo nome, insomma, potrebbe essere stato inserito abusivamente negli elenchi." Marco Travaglio
Di Bese (del 04/11/2008 @ 22:52:02, in Ospiti, linkato 21 volte)
“Da domani cambia il mondo”
Con queste parole, affidate a uno spot elettorale, Barack Obama ha concluso quella che è da tutti stata definita come una trionfale campagna elettorale. Bagni di folla, viaggi anche all’estero accompagnati da un seguito immenso, una popolarità che è andata crescendo mese dopo mese, e che ha portato il mondo ad accettare quasi senza batter ciglio il senatore dell’Illinois come il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.
Peccato che si stia votando ORA.
E nulla, in America, è da dare per scontato. Resta un dubbio, abilmente fomentato dall’entourage di McCain: gli Stati Uniti voteranno un nero? Certo, McCain ha fatto sapere che sarebbe deprecabile. O meglio: chi lavora con lui. Il candidato repubblicano non ha preso posizione alcuna contro quello che gli analisti chiamano l’effetto Bradley , dal nome di un candidato di colore a governatore della California nel 1982, sconfitto nell’urna in modo del tutto inatteso, dopo aver dominato la campagna elettorale.
Deprecabile.
Ma intanto, una posizione ufficiale di McCain non è arrivata e non arriverà.
Da domani comunque il mondo cambia: forse. Le borse attendono con ansia il nome del futuro presidente, per cominciare a capire (se) come la crisi possa essere risolta, o meglio: se ci si può cominciare a mettere mano, con rinnovata fiducia.
Occorre prendere le cose come vengono, parteggiare per chi si preferisce, senza illudersi che il mondo cambi davvero. È certo, però, che un presidente nero si era visto solo nei film (Morgan Freeman per dirne uno), ed è altrettanto certo che le misure proposte da Obama per l’economia, ma anche la lotta al terrorismo, sono per fortuna lontane da quelle di Bush.
Ecco, Bush.
Un dato fortemente positivo in tutto questo c’è. Che vinca McCain o il suo oppositore, è per molti un sollievo (chi scrive compreso) sapere che termineranno a gennaio gli otto anni più bui della storia recente degli Stati Uniti e di rimbalzo del mondo intero. Otto anni di investimenti pubblici mai visti a favore delle compagnie petrolifere, che è poi il cartello cui la famiglia Bush appartiene (e poi noi ci lamentiamo dei nostri minuscoli conflitti d’interesse mediatici che, nota di cronaca, vedono protagonista il presidente europeo che più di ogni altro ha amato Bush, quando si dice le coincidenze). Ma non basta: due guerre rivelatesi completamente inutili (visti i risultati e la democrazia da esportazione che i popoli destinatari hanno chiaramente rispedito al mittente), la vergogna umanitaria di Guantanamo, che ha messo il mondo occidentale sullo stesso piano riguardo a barbarie di chi veniva indicato come il nemico incivile da sconfiggere. Non basta? Parliamo allora dell’uragano Kathrina, che ha visto la presidenza colpevolmente assente, forse perché l’alluvione aveva portato via tutto quel poco che i poveri di New Orleans possedevano. A proposito di assenza, non mettiamoci a parlare dell’11 settembre, delle (troppe) cose non chiare, delle (troppe) coincidenze che saltarono fuori con (troppo) ritardo. Non parliamone, e non parliamo nemmeno dell’amicizia storica fra i Bush e i Bin Laden. Non parliamo infine delle radici profonde di una crisi del modello americano, messo in ginocchio da anni di sprechi, investimenti sbagliati e foraggiamento di un esercito mosso da fini ideologici.
Non parliamone.
Bush voleva smascherare Osama, e chissà, potrebbe presto essere sbugiardato da Obama. Quando si dice i casi della vita. Quello che è certo che la sua presidenza non mancherà a nessuno, ovviamente nessuno che non viva ad Arcore.
Di Bese (del 19/10/2008 @ 12:19:57, in Ospiti, linkato 23 volte)
Bentornati a tutti sul nostro blog. Dopo un po’ di silenzio, abbiamo deciso di rimetterci al lavoro. Abbiamo pensato di tornare a comunicare con i nostri ascoltatori e internauti dalle pagine di questo blog per tenere accesa quella piccola torcia che è a tu per tu. Un fascio di luce nel buio delle coscienze collettive addormentate, che detta così pare essere una ambizione non da poco. In realtà il modo di raccontare il mondo di A tu per Tu è sempre stato semplice e poco pretenzioso: dare voce agli ospiti, che nei mesi ci hanno permesso di conoscere realtà nazionali e internazionali, sconosciute e celeberrime, politiche e sportive, assistenziali e giocose. Donne, uomini, ragazzi, italiani e stranieri si sono alternati in due anni davanti ai nostri microfoni, sorridendo, prestandosi a giochetti, divertendosi e arricchendo noi e, si spera, chi ci ascolta. L’ultima puntata, svoltasi lo scorso 13 ottobre, ha visto protagonista il Venezuela, la democrazia e le pari opportunità, Grazie a Blanca Briceno, della Asociacion Universitaria Interamericana di Caracas, Venezuela, e al suo decennale lavoro di denuncia e di educazione alla democrazia, in patria e in Italia. Qui da noi Blanca ha trovato un braccio importantissimo in Maria Grazia Silvi Antonini e il suo Teatro Reginald, da decenni impegnato in tutto ciò che è oltre il teatro inteso solo come spettacolo e palco: la dramaterapia, il teatro del profondo. Una puntata come al solito ricca, avvincente e carica, che però ha avuto un epilogo non voluto. La puntata, che tanti ascoltatori ha solitamente in differita, è andata persa. Censura? Ovviamente no, in termini molto informatici, ci si è impippato il pc! Siccome però più di tutto resta la brutta sensazione che quanto ci siam detti possa non restare ai posteri, ci impegniamo dalle pagine di questo blog a replicare la puntata, anche già a novembre, se l’ospite è d’accordo.
Di Bese (del 22/04/2008 @ 16:21:05, in Ospiti, linkato 141 volte)
I nostri amici della Casa de
la Juventud
di Paraguay sono in festa. Ce lo comunicano via email, e sicuramente lo stanno facendo tramite le loro frequenze di Radio Rebelde. Hanno vinto. La finta democrazia del governo del partito “Colorado”, per decenni guidato dal Generale Stroessner, è stata sconfitta. Ha vinto un vescovo già sospeso a divinis, ed è tutto dire. Ha vinto una nazione che ha votato in massa un cambiamento, rappresentato dal candidato di centro sinistra Fernando Lugo che fino a poche settimane fa sembrava incredibile a pensarsi.
Questo il servizio dell’Ansa: «Non sembra più lo stesso Paraguay. In solo 24 ore la chiara affermazione presidenziale di Fernando Lugo, il vescovo sospeso a divinis vicino alla Teologia della Liberazione e leader di una coalizione di centro-sinistra, ha compiuto il miracolo di rimettere in moto un paese che sembrava rassegnato al suo ruolo di fanalino di coda latinoamericano. Indubbiamente l'Alleanza patriottica per il cambiamento (Apc), nata appena otto me si fa e che ha ottenuto il 40,82% nelle presidenziali, distanziando di 10 punti il Partito Colorado di Blanca Ovelar (30,72) e di 18 l'Unace dell'ex generale Lino Oviedo (21,98), ha lavorato su un terreno reso fertile dalla crisi del caudillismo 'colorado'». Il nostro pensiero corre a quel pomeriggio di luglio, in cui Eugenia, Lourdes e Julio hanno parlato dai microfoni di Radio Impronta Digitale per raccontare le vicende della loro “Casa delal Juventud”, nata nel 1995, per dare ai giovani paraguayani la possibilità di trovarsi, di avere un luogo dove conoscere e fare esperienze. Raccontavano: «In Paraguay il 70% degli abitanti è di giovane età. Da questo nasce l’idea di dedicare uno spazio fisico a loro.» Eugenia raccontava di come la situazione politica in Paraguay fosse difficile. «La dittatura del generale Stroessner e del partito Colorado terminò, dopo decenni di governo, nel 1989. Il problema è che è stato sostituito da un altro generale appartenente allo stesso partito, che ha instaurato una democrazia soltanto formale». Lo avevano profetizzato: la vera chiave di volta che può portare ad una crescita democratica del Paraguay sono proprio i giovani. «Sono la maggioranza della popolazione, ma ben pochi di loro votano. Un po’ per le difficoltà logistiche che ci sono nell’iscriversi alle liste elettorali una volta compiuti i diciotto anni, ma anche perché all’interno della popolazione che potrebbe votare c’è una sensazione di impotenza. La gente si chiede per quale motivo debba recarsi alle urne, se tanto c’è un solo partito: Ecco perché uno dei nostri obiettivi a breve termine è proprio questo: aumentare del 10% i giovani iscritti alle liste; significherebbe aver sensibilizzato molta gente all’importanza del voto per la democrazia».
La realtà ha superato la fantasia.
¡QUE VIVA PARAGUAY!
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06/01/2009 @ 21.45.52
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