|
\\ Home Page
BENVENUTO nel BLOG di rugby
(federugby.it)
Milano – Davanti agli ottantamila del “Meazza” l’Italia regala forse la miglior prestazione di sempre contro la Nuova Zelanda, costringendo negli ultimi dieci minuti gli All Blacks a pochi passi dalla linea di meta dopo due tempi giocati con aggressività, efficacia, competenza tattica nel primo dei tre Cariparma Test Match autunnali.
Finisce 6-20 contro la seconda forza del rugby mondiale, ma il XV di Nick Mallett conferma quanto fatto vedere in estate a Christchurch e consacra il proprio pacchetto di mischia come uno dei migliori oggi sulla scena mondiale. Monumentale Martin Castrogiovanni a destra: per il numero tre azzurro dei Leicester Tigers, alla fine, arriverà anche il premio di Cariparma Man of the Match.
In mezzo ci sono una difesa sempre pronta a portare pressione sui tuttineri di Graham Henry, la prova maiuscola di tutto il pacchetto trascinato da capitan Sergio Parisse, qualche azione alla mano che infiamma il pubblico di San Siro.
La Nuova Zelanda prende il comando del match al quarto d’ora con il secondo centro di giornata di McAlister dalla piazzola – il primo, al settimo, pareggia i primi punti internazionali di Craig Gower - e non lo lascia più. Ma l’Italia concede solo una meta, al ventiseiesimo, quando i neozelandesi riescono a manovrare al largo e a lanciare in meta il tallonatore Flynn. E’ il 3-11 che crea il divario tra le due formazioni, e che la Nuova Zelanda tema il ritorno azzurro nella ripresa lo testimoniano i due piazzati che il solito McAlister indirizza in mezzo ai pali tra la fine del primo tempo e l’inizio della ripresa, quando l’Italia resta in quattordici per dieci minuti per un giallo al primo centro Garcia.
Saranno gli unici punti concessi in inferiorità numerica. Poi, dopo che un secondo piazzato di Gower e l’ultimo centro di McAlister alla mezzora della ripresa, l’Italia si riversa nella metà campo All Black e non ne esce più Una mischia dopo l’altra, gli Azzurri costringono al fallo sistematico la prima linea avversaria, il pilone Afoa finisce la partita nel sin-bin ma la meta tecnica non arriva e gli Azzurri, tra gli applausi di San Siro, lasciano il Meazza battuti per 6-20.
Domani trasferimento a Sacile dove inizierà la preparazione al secondo impegno autunnale il prossimo 21 novembre allo Stadio Friuli di Udine, contro il Sudafrica campione del mondo.
Milano, Stadio “Giuseppe Meazza” – sabato 14 novembre
Cariparma Test Match
ITALIA v NUOVA ZELANDA 6-20 (3-14)
Marcatori: p.t. 4’ cp. Gower (3-0); 7’ cp. McAlister (3-3); 14’ cp. McAlister (3-6); 26’ m. Flynn (3-11), 38’ cp. McAlister (3-14); s.t. 4’ cp. McAlister (3-17); 18’ cp. Gower (6-17); 29’ cp. McAlister (6-20)
Italia: McLean; Robertson, Canale, Garcia, Bergamasco Mi.; Gower, Tebaldi (21’ st. Picone); Parisse S. (cap), Bergamasco Ma., Zanni (26’ st. Favaro); Geldenhuys, Del Fava (16’ st. Sole); Castrogiovanni Mar. (24’ st. Perugini), Ghiraldini L. (28’ st. Ongaro), Perugini S. (18’ st. Rouyet)
All. Mallett
Nuova Zelanda: Jane (28’ st. Muliaina); Smith B., Ellison, McAlister, Sivivatu; Delany, Ellis A. (18’ st. Cowan); So’oialo (cap), Latimer, Messam (38’ st. Crockett); Boric, Donnelly; Tialata, Flynn, Crockett (18’ st. Afoa)
All. Henry
Arbitro: Dickinson (Australia)
Giudici di linea: Rolland (Irlanda), Changlend (Scozia)
TMO: Hayes (Galles)
Note: 3’ st. giallo Garcia (I), 38’ st. giallo Afoa (N)
Cariparma Man of the Match: Castrogiovanni (Italia)
(Gazzetta.it)
MILANO, 14 novembre 2009 – Gioia, molta gioia per una giornata speciale, ma anche un po’ di rammarico per avere fatto bene, ma non benissimo al cospetto degli All Blacks. La sconfitta 20-6 di San Siro è la terza migliore quanto a passivo nei 12 precedenti, tutti a favore degli All Blacks. E’ il calcio del 3-0 di Gower ha regalato agli azzurri il secondo vantaggio parziale nella storia dopo quello del 1995 a Bologna prima che l’Italia venisse travolta 70-6.
MALLETT SODDISFATTO — Il c.t. Nick Mallett punta più sull’evento storico che sull’aspetto tecnico della partita: “E’ stata un’occasione fantastica, sono felice che 80.000 italiani siano venuti a vederci e abbiano lasciato lo stadio orgogliosi di noi”. L’allenatore azzurro evita ogni polemica circa la mancata concessione di una meta tecnica all’Italia nel finale di partita e preferisce invece concentrarsi sulle cose belle: "Castrogiovanni uomo del match? Giusto così". Delle scelte arbitrali parla invece il presidente federale Dondi: “Non sapevo che avessero abolito la meta tecnica – il suo commento ironico -. A parte le polemiche devo dire che sono commosso dalla cornice in cui abbiamo giocato”.
L’effetto San Siro ha colpito tutti i giocatori, a partire dal capitano Sergio Parisse: “Credetemi, è stato un sogno giocare davanti a tutta questa gente. Sarà un bel ricordo, intanto ci concentriamo sul Sudafrica che sarà la partita più dura di questi test match. Quanto alla gara, sono contento che la squadra abbia risposto positivamente in mischia; abbiamo sbagliato qualcosa nel gioco al piede e penso che a fine partita potessimo portare a casa qualche punto in più”. Soddisfatto Mauro Bergamasco: “Oggi, come già negli ultimi mesi, abbiamo sfoggiato personalità e carattere. Questo deve essere il nostro punto di partenza. Abbiamo dimostrato di essere superiori agli All Blacks sotto diversi punti di vista, non solo in mischia. La cosa che più mi ha colpito è stato il boato dello stadio quando siamo entrati per il riscaldamento, davvero emozionante”.
canale: "sognavamo l'impresa" — Sulla stessa lunghezza d’onda Gonzalo Canale: “Giocare nel tempio del calcio è qualcosa di speciale, tanto più che per me si trattava anche di festeggiare il cap numero 50. Sognavamo l’impresa e ci abbiamo creduto fino in fondo, sono in pochi che solo qualche mese fa avrebbero creduto così tanto nelle mostre possibilità”. Kaine Robertson parla dell’unica meta del match, opera di Flynn: “C’è un po’ di dispiacere, ma mi sono trovato a placcare il loro tallonatore con solo tre metri di spazio alle spalle e non potevo fare di più. La sconfitta di ieri del Sudafrica in Francia è la peggiore cosa che potesse accadere: sabato ci vorrà davvero un’impresa”. Complimenti all’Italia anche da parte di Graham Henry, tecnico degli All Blacks: “E’ stata una partita simile a quella di Christchurch (27-6 il 27 giugno scorso ndr), Parisse ha giocato un grande match e ha dimostrato di essere un giocatore di grande qualità. L’Italia ha una buona mischia, continua a progredire e questo è un bene sia per lei sia per il mondo del rugby in generale”. Tra i tanti vip presenti allo stadio, il più ammirato è apparso Clarence Seedorf: “Non conoscevo il rugby, è un mondo da cui abbiamo tanto da imparare. Ci sono due cose che mi hanno colpito molto e sono la moviola in campo e il fatto che i medici possano liberamente entrare in campo con l’azione in svolgimento. Sono cose che farebbero bene al calcio, sarebbero un bel deterrente per i simulatori”.
(Federugby.it) Nick Mallett, CT Italia: “E’ stato fantastico giocare di fronte a ottantamila persone, non critichiamo nessuna decisione arbitrale ma credo che oggi la nostra mischia sia stata superiore a quella neozelandese e penso che dopo sette falli consecutivi avremmo meritato di segnare una meta. Sono molto soddisfatto per la prestazione del nostro pacchetto di mischia, che avrebbe meritato di finire l’incontro con una meta”.
Nick Mallett, CT Italia: “Il mio lavoro non è occuparmi di come abbiano giocato gli All Blacks, il mio lavoro è fare in modo che la mia squadra giochi bene e oggi voglio fare i complimenti a tutta la mia squadra che ha confermato e migliorato la prova di Christchurch concedendo solo una meta alla Nuova Zelanda”.
Sergio Parisse: “A questa Italia non è mai mancata l’aggressività, a Christchurch già avevamo ampiamente dimostrato di saper difendere bene. Sono molto contento per come la squadra ha giocato questo pomeriggio, siamo stati molto bravi in mischia, forse abbiamo fatto qualche errore nel gioco al piede e sicuramente avremmo meritato di mettere qualche punto in più sul tabellone. Sono fiero, come tutti i miei compagni, di aver giocato questa partita a San Siro, è stato un sogno scendere in campo davanti a ottantamila tifosi e per tutti noi resterà sempre un grande, bellissimo ricordo. Peccato per gli ultimi minuti, adesso pensiamo alla partita della settimana prossima a Udine: contro il Sudafrica ci aspetta la partita più dura di questo novembre”.
(Tuttosport) MILANO, 14 novembre - Poco, davvero poco è mancato a realizzare la meta che avrebbe reso la sconfitta un'impresa. Ma l'Italia esce fra gli applausi degli 80.018 del Meazza, con la consapevolezza di aver fatto soffrire non poco gli All Blacks, che se se la sono cavata con una meta e quattro calci piazzati di McAlister: un passivo (6-20, il più risicato degli ultimi 14 anni), contenuto dalle due realizzazioni piazzate di Gower e che, per quanto visto in campo, poteva anche essere inferiore. Mancava poco, un colpo di reni o una decisione più lucida dell'arbitro. Perché nei minuti finali, spinta dal boato dei tifosi arrivati a Milano da tutta Italia (oltre 2,5 milioni di euro l'incasso), la mischia azzurra è arrivata a due metri dalla linea di meta. E lì si è arroccata, facendo valere muscoli e attributi che hanno fatto vacillare i tuttineri. Cinque volte l'arbitro ha fatto riordinare il raggruppamento e ha mostrato il cartellino giallo (l'espulsione temporanea) al pilone neozelandese Tialata. Ma l'australiano Dickinson non ha assegnato la meta tecnica invocata da giocatori e panchina italiana. E la partita si è chiusa con gli abbracci tra chi (i neozelandesi) ha vinto senza brillare, e chi (Parisse e compagni), hanno perso ma fatto un'eccellente figura.
Certo, tra i neozelandesi c'erano tre esordienti e tanti giovani, una stella come Carter era assente e un'altra, McCaw, è rimasta in panchina. Ma quando di mezzo ci sono gli All Blacks è difficile parlare di riserve. Così Nick Mallett - recriminazioni con l'arbitro a parte - può archiviare il primo test match della stagione con soddisfazione. Come sempre, questa nazionale ha coraggio da vendere, ma non solo: la mischia guidata da Castrogiovanni (eletto miglior giocatore del match) è all'altezza delle più forti dell'emisfero meridionale. Con quest'arma gli azzurri hanno davvero fatto soffrire gli avversari e placcaggio dopo placcaggio hanno impedito loro di sfoderare il devastante gioco alla mano, per rifugiarsi nei calci alti. Insomma, gli All Blacks non hanno giocato da All Blacks. Ma l'Italia - arrivata allo stadio con furgoni sostitutivi, visto che il loro pullman si è rotto lungo la strada - è stata brava a non farsi spaventare dalla Haka e caricarsi grazie a un tifo da brividi. Al punto da riuscire a sbloccare il risultato dopo 3' grazie a un calcio di Gower.
I tanti falli, però, sono ancora il problema degli azzurri. Uno costa subito il calcio del pareggio, un altro quello del 3-6. Un errore di Gower (4/7 alla fine per lui) e un avanti aprono invece la strada alla meta dei neozelandesi, che con otto passaggi portano a marcare Flynn, inutilmente (come verificato dall'arbitro, che ha visto il replay in tv) placcato da Robertson. A cavallo fra primo e secondo tempo McAlister, nonostante i fischi antisportivi del pubblico redarguito dallo speaker, piazza altri due calci per il 3-17, proprio prima che il cartellino giallo a Garcia lasci gli azzurri in 14 per 10'. E proprio ora l'Italia dà il meglio di sé. Grazie a muscoli e testa dei vari Castrogiovanni, Tebaldi, Canale, Parisse, e dei fratelli Bergamasco, passa indenne il periodo di inferiorità numerica e, pur concedendo il calcio del definitivo 6-20 a McAlister, anche quando entrano gli All Blacks di maggiore esperienza si fa pericolosa. Dall'ultima mischia potrebbe venire la meritata meta, ma alla fine va bene così: ci sono i presupposti per assistere a una degna battaglia contro il Sudafrica il 21 novembre, e magari il 28 con Samoa rompere il digiuno che dura da giugno 2008. E chi ha visto questa partita dal vivo difficilmente sarà ancora indifferente al rugby. Intanto, qualcuno sugli spalti fischia l'arbitro, ma i più applaudono i gladiatori, vincitori e vinti, che si abbracciano e si danno appuntamento al terzo tempo.
(corriere dello sport MILANO, 14 novembre - Una dolce sconfitta, quella degli azzurri a San Siro nel test match contro la Nuova Zelanda. Finisce 20-6 per gli All Blacks, un ko contenuto e con tante note positive per la nazionale di Mallett, non ultima i 10' finali dove l'Italia è stata praticamente sempre a ridosso della linea di meta neozelandese. Alla fine gli 80mila dello stadio salutano con un boato la grande prova della Nazionale.
PARISSE: NON MOLLIAMO MAI - Il pubblico del Meazza «è stato da brividi», e l'Italia «ha dimostrato che non molla mai». Sergio Parisse è l'immagine della soddisfazione azzurra dopo l'onorevole sconfitta contro la Nuova Zelanda. «È stata una grande emozione giocare davanti a 80mila persone, che ci hanno sostenuto fino alla fine e noi ci abbiamo messo tutto il cuore che avevamo - assicura il capitano azzurro - Peccato per l'arbitraggio, specialmente nel finale. Ma abbiamo dimostrato che non molliamo mai. È un punto di partenza per la nostra Nazionale e per il movimento rugbistico italiano». Un concetto sottolineato anche da Mauro Bergamasco: «Questa squadra ha trovato il suo vero spirito: Non siamo più giocatori anonomi ma siamo l'Italia».
MALLETT: META TECNICA PER NOI - Orgoglioso dei suoi ragazzi, il ct azzurro Nick Mallett contravviene alle regole del rugby e si sbilancia sulla direzione arbitrale per la gestione delle ultime azioni, quando gli azzurri potevano beneficiare di una meta tecnica. «Non potrei criticare l'arbitro, ma chissà se a parti inverse avrebbe segnalato quattro penalità senza assegnare la meta tecnica... - allarga le braccia Mallett - La nostra forza è la mischia e se in questo dettaglio non siamo inferiori agli All Blacks non vedo perchè non ci possano dare l'opportunità di fare meta»
(CORRIERE.IT)
MILANO - L'Italia ha affrontato la Nuova Zelanda a San Siro e ha perso 20 a 6, in una partita ben giocata dalla Nazionale azzurra che è riuscita a non farsi travolgere dagli All Blacks. I neozelandesi volevano stravincere e non ci sono riusciti, con una squadra azzurra che non ha avuto timori riverenziali. La 12esima sconfitta in altrettanti confronti diretti contro la Nuova Zelanda consente agli azzurri di guardare con fiducia ai prossimi impegni. Spinti dagli 80.000 spettatori presenti sugli spalti, gli azzurri hanno iniziato bene, con grinta e concentrazione, tenuta dal primo all'ultimo minuto. A tratti è stata anche capace di svilire il gioco degli All Blacks. La partita è finita con gli azzurri a testa bassa a pochi centimetri da quella marcatura che avrebbe ampiamente meritato. L'Italia ha subito una sola meta (di Ellison al 26') e cinque punizioni di McAlister. I punti per l'Italia, che all'intervallo era sotto per 14-3, sono arrivati da due piazzati di Gower, uno per tempo. Cartellino giallo, nella ripresa, a Garcia (3') e Tialata (38'). Parisse e compagni torneranno in campo tra una settimana, a Udine, per affrontare i campioni del mondo dell'Australia; sabato 28, ad Ascoli, ultimo test-match con Samoa.
CASTROGIOVANNI: «BELLA PARTITA, MA ABBIAMO PERSO» - S «Quello che abbiamo fatto oggi è bello però non dimentichiamoci che abbiamo perso la partita. Noi vogliamo sempre vincere e con questo spirito affronteremo, tra una settimana, il Sudafrica» ha detto Martin Castrogiovanni, eletto man of the match della sfida. «Poteva anche starci, negli ultimi minuti, una meta tecnica per noi - sottolinea il pilone azzurro a Sky - ma le decisioni dell'arbitro vanno rispettate. Li abbiamo messi sotto pressione, commettendo però troppi falli che ci sono costati la partita. A volte ci manca la tecnica ma non il cuore: sono orgoglioso di far parte di questa Nazionale».
PARISSE: «DELUSO DALL'ARBITRO» - «Rimane un bellissimo, grandissimo ricordo, ha commentato il capitano italiano Sergio Parsisse - accompagnato da una sensazione amara perché li abbiamo messi sotto in mischia tutta la gara, l'arbitro alla fine ha dato tanti calci e nessuna meta tecnica, nessuna decisione. Sono deluso dall'arbitraggio, ma contento perché c'era San Siro pieno. Complimenti ai miei compagni, tutti grandi ragazzi che come al solito lasciano tutto in campo. Abbiamo dimostrato di avere una delle mischie più forti del mondo».
(ASCA) - Roma, 13 nov - San Siro sold out, tribune affollate di vip e occhi incollati alla tv per chi resta a casa. Domani l'Haka sbarca a Milano: e' il grande giorno degli All Blacks.
Alle 15, infatti, la nuova Zelanda scende in campo contro l'Italia. Sconfitti con onore a giugno 27-6, gli azzurri tentano l'impresa storica schierando nella linea dei trequarti la mediana Gower-Tebaldi e la terza linea con capitan Parisse, alla sua 20ma partita con i gradi di Capitano della Nazionale; al suo fianco i flanker Mauro Bergamasco e Alessandro Zanni; in seconda linea Carlo Antonio Del Fava in sostituzione dell'infortunato Bortolami e, in prima linea, Martin Castrogiovanni con la maglia numero tre di pilone destro; Ignacio Rouyet trova posto tra i rimpiazzi.
Cinquantesima presenza per Gonzago Canale, mentre Mauro Bergamasco tocca quota 77.
Se l'Italia e' concentrata sulla sfida, gli All Blacks si sono dati alla mondanita': a Milano hanno firmato autografi, partecipato agli eventi organizzati dagli sponsor e persino sfidato ai fornelli una ''squadra'' di fotomodelle.
Il dato piu' significativo della partita e' il tutto esaurito di San Siro, cosa che non accadeva da tempo. Nemmeno al derby tra Milan-Inter, infatti, si erano visti questi numeri: il 29 agosto, seconda giornata di Serie A, le presenze furono poco piu' di 78mila. Per gli All Blacks gli spettatori saranno 80.018. Molte le personalita' che affolleranno l'area vip: politici, imprenditori e persone dello spettacolo. Ma lo spettacolo piu' grande saranno loro, i maestri della palla ovale.
ROMA - Il nero gli dona e non solo quello dello smoking nel terzo tempo. Un feeling che per Mauro Bergamasco è nato forse nelle giovanili del Petrarca, quella maglia 'tutta nera' che un po' richiama la tenuta classica della Nuova Zelanda: « Ma non ho mai sognato di essere un all black: neanche per scherzo, da ragazzino».
Eppure c'è chi ci ha pensato per lui: dal citì Graham Henry, che nel 2004 lo... reclutò dopo un match con meta al Flaminio.
«Chi prenderei tra gli italiani? Bergamasco farebbe la sua figura anche nella mia squadra » , alla recente dichiarazione di stima di Richie McCaw, che ha indicato proprio Mauro tra i punti di forza degli azzurri, insieme con Parisse. Parole che nel padovano provocano appena una smorfia di gradimento: « Nel rugby ci si mette sempre in discussione » .
Non è mica palla rotonda, verrebbe da dire: e nessuno lo sa più di lui, che pure non passerà inosservato neppure a San Siro, la Scala del calcio. Un destino scritto fin dal debutto nella nazionale di Coste quando, a 19 anni, stregò gli inglesi a casa loro: dinamico e impavido, ' openside flanker' di razza. In realtà Oltremanica, patria della FA come dei ribelli della Rugby Football Union, ricordano una sua meta a Murrayfield nel 2001 - saltando gli scozzesi a mo' di birilli - al pari della magia di Maradona contro gli inglesi a Messico '86. E la querelle di Mauro con l'allora cittì John Kirwan che lo voleva all'ala, con conseguente ostracismo azzurro, appassionò il popolo dei pub come da noi la presa di distanza di Lippi da Cassano al Bar dello Sport.
Per non parlare delle recenti fantasie di Nick Mallett nel vederlo mediano di mischia in un disgraziato pomeriggio a Twickenham: ma in questo caso si scatenarono pure i blog nostrani e pare già un segno dei tempi che cambiano, neanche si discutesse della posizione in campo di Totti. In realtà il rapporto con i calciofili di casa ha spesso camminato sul filo del rasoio. Come le critiche piovute da ogni dove per quell'incontro ravvicinato tra l'azzurro e il gallese Lee Byrne a Cardiff: il caso, con la squalifica di prammatica, lo riprese tutta la stampa nazionale e attirò perfino l'attenzione del New York Times. Tanto che Bergamasco ancora non ci sta: « Lettura sbagliata dell'episodio, soprattutto della stampa non specializzata: per me parlano 11 anni di carriera internazionale » . Più leggero, ma ugualmente impegnativo, il confronto televisivo con la platea monotematica di 'Quelli che il calcio ...': « Abbiamo tenuto banco, anche se non era facile » .
E così è meglio aver di fronte i mitici All Blacks: « E' un test che vale tutta una carriera » , chiosa Mauro. A lui è toccato già 5 volte, compresi due confronti in Coppa del Mondo, e non cambia che stavolta si giochi di fronte a 80 mila persone: « Basta sentirsi parte dell'evento, senza esserne travolti».
Lo dice uno che è pronto a sostenere la scena anche fuori dal campo, nei ruoli glamour che il personaggio pubblico impone: dagli scatti osé dei calendari, gli ammiccanti 'Dieux du Stade', al piccolo schermo: « L'esperienza televisiva più divertente? Quella con Ale e Franz a ' Buona la Prima': per un'ora non abbiamo smesso di ridere » .
Salottiero davanti alle domande di Serena Dandini, casalingo tra i fornelli del ' Gambero Rosso', leggero e disinvoltamente provocatorio con Victoria Cabello: « Lo facciamo per il rugby», chiarisce con la decisione che mette in un placcaggio.
Nato pronto, direbbe quello: in ogni situazione.
Che lo sappiano tutti, anche gli All Blacks.
(Corriere dello Sport, 13/11)
Lo sappiamo da sempre. Cresciamo con la consapevolezza che, vuoi per ragioni mistiche, vuoi per ragioni matematiche o altro, il tre è un numero perfetto. E se non lo fosse per tutti, rassegniamoci al fatto che è il numero che più di ogni altro scandisce le nostre vite.
Sono tre le età dell'uomo, sono tre i pasti al giorno (se va bene), sono tre i tempi di una partita di rugby (due in campo e uno al pub), ma sono ancora tre le fasi della giornata di un supporter: c'è un prima, un durante, un dopo partita.
E i trentamila che affollavano l’Olimpico a Torino, per assistere a Italia-Argentina di rugby (finita 14 a 22), lo sapevano tutti, bambini compresi. I piccoli del Cus Torino, che erano emozionatissimi, e hanno lavorato come raccattapalle e nel loro terzo tempo divorano hot dog, come la squadra di piccoli del Cus di Pavia, che guidata dagli allenatori è ormai abituata a seguire la nazionale in giro per l'Italia. «Lo facciamo perché speriamo cresca il movimento», dice Michele Donatiello, che li allena con la fidanzata Luisa Montesio. Tanti Marco, qualche Beppe, poi Matteo, Nicolò, Leonardo, Pippo, Massimo, tutti fra i 9 e gli 11 anni, giocano, si fa per dire, anche il terzo tempo, che, fuori dall’Olimpico, a pochi minuti dall’inizio della gara, sembra essere la fase più attesa. Né pasta né birra per loro. Solo torte e succhi di frutta, parola di allenatori.
La partita è una festa. Lo dicono i tifosi argentini e italiani che si incontrano davanti ai cancelli, e lo confermano anche i commercianti del mercato, che continuano indisturbati il loro lavoro e dicono «è come se non ci fosse nessuno». Quando passando accanto agli agenti di polizia e ai vigili in servizio senti dire che non c'è paragone con il calcio (ma questo è evidente), e che il clima è più tranquillo di quello di un concerto, dove qualche volta un po' di tensione si crea, ti guardi attorno e vedi migliaia di persone muoversi sorridenti verso lo stadio, pensi di essere finito in una dimensione parallela. Oppure in «Harry Potter e il calice di fuoco» quarto volume delle avventure del maghetto, in cui nel nulla all’improvviso compare lo stadio in cui si svolge la Coppa del Mondo di Quidditch: poi lì, nel mondo dei maghi, le cose si complicheranno, e qui semplicemente si torna alla normalità. Che si tratti di incantesimo oppure no, sembra di essere in visita a un parco divertimenti. Per festeggiare la partita Enrico Aleotti, 22 anni, rugbista, e Anna Zummo, la sua fidanzata, si sono travestiti, parrucca fucsia per lei e cappello con lattine incorporate e cannuccia per lui, e offre da bere a Rodrigo Galvan Alcala, perché lui, argentino di 33 anni, «ha sposato un'italiana, e la partita ce l'ha in casa tutte le sere». Ci sono padri e figli e intere famiglie che come quella di Claudio Ceppolino, che vive a Recco da 27 anni, ma è argentino, di Cordoba, e poi ci sono giovani e belle ragazze come Marta e Filomena, che lavorano in banca e si dicono incuriosite da questo sport ma poi, ammettono ridendo, "abbiamo visto i rugbisti in Piazza San Carlo, e siamo venute per quello!". "E' lo sport più bello del mondo, e si vede dal fatto che ci si stringe la mano dopo essersi massacrati", parola di Luis Laera, italo argentino, ex nuotatore, 4 anni nella nazionale italiana di nuoto. Alla fine della partita nei pub-rifugio dei tifosi e degli atleti, si stringono mani e boccali di birra. I tifosi argentini e italiani si mischiano e insieme si guardano le altre partite. Alberto Bontempo, impiegato di 45 anni, ciclista e da sempre appassionato della palla ovale dice che «la birra è un pretesto, in realtà il 3° tempo è un modo per stare insieme». Brindano, chi alla vittoria chi alla sconfitta, anche Igor Vinci, 27 anni, che «sente il pub» perché ha scoperto il rugby in Inghilterra, Paulo Maldonado, argentino che alla partita esultava sempre, per quale squadra non importa, e infine, anche se il rugby è un po' un mondo speciale, abbiamo trovato anche Alessandro Landi, detto il furbo (ma ovviamente sincero), che in arrivo da Genova si è imbucato al terzo tempo, senza giocare i primi due.
La festa è qui, è grande, è dappertutto. Tranne che in campo. Ventisettemila persone a farcire l'Olimpico esaurito come neppure con il calcio, con una grande e commovente voglia di festeggiare la Nazionale che arrivava a Torino per la prima volta in 80 anni.
E alla fine da festeggiare - ma per gli altri, per gli argentini - c'è solo la sconfitta numero 200 dell'Italia. La decima con l'Argentina, il 5% del nostro scontento. Il restante 95 è quello che fa male. Abbiamo perso l'ennesima partita da vincere, 14-22, e l'abbiamo persa male, provandoci un po' solo nel finale, quando la bella ma inutile meta di Masi ha ridotto lo scarto del punteggio. Non quello tra ideale e reale, tra speranza e realtà. E' in quello spazio, in quella faglia sempre sul punto di diventare abisso che si allarga il paradosso del nostro rugby.
Popolare, coccolato, ammirato, bello da tifare, simpatico (e un filo piacione), ma che rischia di rimanere in mutande anche nei bilanci agonistici, non solo negli spot commerciali. Riempie i charter e gli stadi, ma lascia deserta la casella delle vittorie. Ci fosse uno psicologo nei paraggi parlerebbe di ansia da prestazione. Corteggiamo la vittoria, non la sappiamo sedurre.
Sabato scorso contro l'Australia gli errori di Mr Lawrence, il referee, ci avevano alleggerito la coscienza. Stavolta la cilecca è tutta nostra. L'Argentina vista ieri non è - non è più - quella del Mondiale. Le sono rimaste un paio di grandi stelle, Hernandez e Contepomi su tutti, il resto è lucidità, cattiveria, determinazione. Sanno fare una sola cosa: calciare e buttarsi sotto con gli avanti, difendendo la linea come l'onore della mamma. Ma la fanno benissimo. Noi ieri siamo riusciti a sciupare anche la specialità della casa, la potenza della mischia. Nieto e compagni hanno fratturato la prima dei Pumas, costretta a crollare per non indietreggiare, con Roncero buttato fuori dieci minuti dall'arbitro White per eccesso di cinismo. Eppure non abbiamo saputo raccogliere niente. Non dalle punizioni guadagnate e poi sciupate da Marcato (due, più un drop, nel primo tempo), non nei contrattacchi volenterosi ma senza sostegno di Masi. Non nelle aperture tentate e quasi tutte abortite dai nostri tre quarti. Impotenti, a tratti abulici. Le nuove regole che hanno depotenziato la maul e la mischia ci danneggiano, ma danneggiano anche l'Argentina.
Certo: loro almeno hanno Hernandez, il Keanu Reeves ovale. Sulla meta che ci ha tagliato le gambe a inizio secondo tempo, dopo i due calci regalati a Contepomi alla fine del primo, El Mago sembrava Neo in Matrix. Lui a velocità normale che calcia, scavalca, raccoglie la palla, attira i placcaggi e scarica su Carballo. Un alieno. Attorno i nostri, viscosi negli sguardi e nei movimenti, che lo guardano passare come da un acquario. Più ralenti show che reality show. «Sono molto deluso - ha ammesso il commissario tecnico azzurro Mallett -. Ero convinto di partire alla pari con l'Argentina, invece non siamo riusciti a metterli in difficoltà. Calciare era giusto, ma l'abbiamo fatto male, siamo rimasti troppo nella nostra metà campo. Il problema è che loro hanno campioni come Hernandez, che ogni domenica risolve i problemi dello Stade Français. Noi, dietro la mischia, dei tre-quarti e delle ali che non sanno concretizzare. E' un problema della Nazionale, ma anche di tutto il rugby italiano».
Ecco, appunto. Con l'ingresso nel Sei Nazioni, nove anni fa, siamo saliti in corsa su un treno lanciato verso il superprofessionismo. Il rugby di oggi è ormai uno spettacolo globale, ricco, che punta su valori nobili, su palcoscenici de luxe, su grandi eventi. Come ormai sono diventati anche i test autunnali, un circo scintillante che mischia i due emisferi e manda esauriti stadi enormi. Sud Africa, Nuova Zelanda, Australia, Galles, Francia, Scozia hanno dietro tradizioni infinite e/o campionati solidissimi. L'Italia no. Vive di rendita su pochi lampi e sconta la vena debolissima di un campionato stento, che non produce ricambi, che non garantisce un serbatoio grande a sufficienza per alimentare ambizioni ed entusiasmo. E' il campionato che va riformato, rifondato. La Nazionale, come il barone di Münchhausen, fino ad oggi si è sollevata afferrandosi per i capelli da sola, o quasi. Ma fino a quando potrà continuare, questa dolcissima favola?
|
|
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può quindi considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge 62 del 7/3/2001.
Le immagini pubblicate sono quasi tutte tratte da internet: qualora il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi all'autore, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima o criptata.
L'Autore si riserva il diritto di esaminare il contenuto dei commenti di bloggers anonimi e non anonimi.
A seguito di tale verifica, i commenti verranno insindacabilmente ritenuti dall'Autore idonei alla pubblicazione o cancellati dal blog.
04/02/2012 @ 9.20.35
script eseguito in 47 ms
|