VIVA L'ITALIA
Cronaca italiana

L'AQUILA, SULLA RICOSTRUZIONE L'OMBRA DEL LAVORO NERO

Al’Aquila una ditta su due non è in regola e un operaio su tre neanche. Il 12 per cento poi è totalmente in nero. Nella città delle impalcature, le mille facce dei forestieri che, alle prime luci dell’alba, vedi aggirarsi nella via dei caporali o davanti ai cantieri ad elemosinare la giornata, fanno rumore quanto i numeri del dipartimento provinciale per il lavoro (Dpl). Così si scoperchia un vaso di Pandora che rende i racconti della disperazione tutt’altro che meteore. Nei primi sei mesi dell’anno, infatti, il 50% delle aziende della ricostruzione controllate è irregolare, una tendenza già evidenziata nell’ultimo semestre 2009, che però non accenna a fermarsi. Sulle 237 imprese ispezionate, infatti ben 148 sono fuori norma per la sicurezza nel cantiere o per la posizione contrattuale. Se si guarda agli operai, poi, su 411 controllati 123 hanno contratti irregolari e 53 sono addirittura senza contratto. E a poco serve sventolare che anche il lavoro nero qui è al 10%, in linea dunque con la media nazionale (9,6%). L’Aquila è il più imparagonabile scenario lavorativo d’Italia per grandezza e profondità di interventi. Lo precisa anche il direttore ispettivo del Dpl Maria Carmela Vecchio «C’è un’irregolarità non di poco contro – ammette. – I controlli ci sono, ma all’Aquila si incontra un cantiere aperto ogni dieci passi». Quasi a sminuire una situazione allarmante (e ad accennare, tra le righe, che è impossibile fare controlli abnormi con organici nella norma) aggiunge: «Non c’è mai stato un numero così elevato di aziende al lavoro qui finora». In sostanza, cioè, non si può controllarle tutte senza rinforzi. Ma alla parzialità dei dati si affianca il mondo taciuto, celato, e sfuggito ai controlli, delle centinaia di lavoratori giunti da tutta Italia attirati dal profumo dei soldi. Una ricostruzione in nero, insomma. «C’è la crisi, non c’è più lavoro per te qui; vai in Abruzzo lì ce n’è per tutti», così si è sentito dire Alì un mese fa dal suo datore di lavoro in Veneto. E lui, con speranza di mandare qualche risparmio alla famiglia in Tunisia, sono due settimane che girovaga per i cantieri dell’Abruzzo. «Mi pagano 40 euro al giorno – dice – l’importante è dire di avere una sistemazione all’Aquila altrimenti non ti prendono». Fa spallucce quando gli si chiede dove abbia passato la notte. La paura di rivelare un nido abusivo è grande quando il morso allo stomaco che ha al passaggio di una volante della polizia. Ma adesso è anche un altro il suo timore, quello di non essere di nuovo pagato; «l’impresa dice di passare domani per i soldi, poi se ne va, prende un altro cantiere e non sai dove ritrovarla», chiosa. Gli angeli della rinascita, però, parlano anche italiano e li vedi dividersi le brande nei punti di raccolta; qui per meno di trenta euro i privati offrono un posto letto senza chiedere troppi documenti. Gino e Rosario arrivano dalla Sicilia, consigliati da amici di amici. Dormono cinque ore a testa per pagare solo un letto nei container in periferia; sono in nero, ma non si lamentano. «Dalle nostre parti – dicono – non avremmo mai guadagnando cento euro al giorno, le ditte ci fanno i soldi, ma noi almeno prendiamo qualcosa in più per vivere». Come dire no al lavoro, anche irregolare, mormorano «quando l’offerta di lavoro è dieci volte più grande della domanda». (avvenire.it, 26 luglio)

NEL PDL CONTINUA LA GUERRA

ROMA (25 luglio) - «Dico all'amico Fabio Granata: o dici nomi, cognomi o almeno dai indizi forti sui pezzi del governo che starebbero ostacolando la lotta alla mafia, e in quel caso io non potrei stare un minuto di più nel governo se una cosa del genere fosse vera, oppure tu chiedi scusa o lascia il partito»: è questo l'avvertimento dato da Ignazio La Russa, ministro della Difesa e coordinatore del Pdl, parlando alla platea della fondazione Nuova Italia. Il tutto all'indomani dell'aut aut posto ieri a Granata da Maurizio Lupi: o lasci il partito o si va davanti ai probiviri. Landolfi: Granata non deve rispondere ai probiviri, ma agli elettori. «Delle castronerie che ha pronunciato - dice il deputato del Pdl Mario Landolfi - Granata deve rispondere in sede politica, cioè davanti ai suoi elettori, e non davanti a una commissione di probiviri. Il Pdl è sufficientemente forte per sopportare lo stillicidio quotidiano di opinioni strampalate». Granata: non c'è nulla di cui debba scusarmi. «Non ho davvero nulla di cui scusarmi - replica il deputato finiano Fabio Granata - Le verità che ho detto sono oggettive e sostenibili in qualsiasi sede, anche in quella (se esiste) dei probiviri del Pdl dove La Russa e gli ex amici di An potranno chiedere con forza la mia espulsione e ribadire la loro fraterna solidarietà a Verdini e Cosentino. La Russa continua a strumentalizzare affermazioni serie ed equilibrate da me portate avanti nel contesto della commissione Antimafia e che erano riferite all'inopinata negazione da parte della Commissione ministeriale presieduta da Alfredo Mantovano del regime di protezione per Spatuzza, considerato attendibile da ben tre Procure sulla questione delle stragi del '92. Diniego che era stato letto da più parti come una forma di deterrenza rispetto alla sua collaborazione». «Per avere i nomi basta che La Russa consulti le agenzie». «Visto che La Russa mi chiede spiegazioni sulle mie affermazioni - dice Granata - gli dico anche che io mi riferivo alle decine di esternazioni contro le Procure di Caltanissetta e Palermo colpevoli di cercare irriducibilmente la verità sulle stragi. E, per avere i nomi, La Russa può semplicemente consultare le agenzie di stampa degli ultimi due mesi. Poi mi riferisco anche ad un ddl sulle intercettazioni, difeso con forza dal governo in una stesura originale che, per quanto riguarda le intercettazioni telefoniche ambientali, avrebbe indebolito lo strumento più importante per le indagini di mafia, se non fosse intervenuta la nostra volontà radicale di modificarlo. Mi riferisco inoltre alle decine di attestazioni di stima e solidarietà, anche da parte di esponenti del governo, dopo una condanna a sette anni a Marcello Dell'Utri per associazione mafiosa e dopo la sua ennesima proclamazione ad "eroe" di un mafioso conclamato come Mangano. Potrei continuare ancora, ma non ho certo nulla di cui scusarmi, poiché queste verità e tante altre sono oggettive e sostenibili in qualsiasi sede, anche in quella (se esiste) dei probiviri del Pdl dove La Russa e gli ex amici di An potranno chiedere con forza la mia espulsione e ribadire la loro fraterna solidarietà a Verdini e Cosentino». «Le dichiarazioni di Granata sono di una gravità assoluta - dice Alfredo Mantovano, sottosegretario all'Interno - Non devo ricordare a nessuno la mia storia personale. Io, da esponente del governo, ma soprattutto da componente della Camera dei deputati chiedo al presidente della Camera, Gianfranco Fini, che, in avvio della prossima seduta che lui presiederà, dica qualcosa sul punto. Lo esigo in base alla mia storia personale e alla vicinanza allo stesso Fini con cui abbiamo condiviso un percorso ed in base all'azione di governo che si sta facendo da due anni a questa parte. L'antimafia delle chiacchiere fa danni perché delegittima il lavoro delle forze polizia». Alemanno: è ora che Granata vada a farsi un giro fuori. «Ho sentito quanto ha detto Granata contro Mantovano, un membro della nostra comunità - dice il sindaco di Roma, Gianni Alemanno - Io credo che siano necessarie due cose: primo che Fini e tutti coloro che hanno intenti costruttivi prendano le distanze da Granata, ma credo anche, e mi duole dirlo, che sia tempo che Granata vada a farsi un giro fuori. Credo che sia il tempo che, salvo ripensamenti drastici dell'ultima ora, Granata si vada a fare un giro fuori dal nostro ambiente. Siamo stanchi di dove parlare di niente, di illazioni, vogliamo parlare dei problemi degli italiani». «Se Fini sconfessasse Granata sarebbe segnale per il dialogo». «La richiesta di Mantovano è inevitabile e non provocatoria - dice Alemanno - perché Granata è vice presidente della commissione Antimafia e ha detto una cosa verso il governo gravissima. Se Fini lo sconfessasse sarebbe certamente un segnale importante per il dialogo nel Pdl». «Sulla legalità decida il partito, non Granata». «Troppo spesso partono processi mediatici molto prima che arrivino gli avvisi di garanzia o i rinvii a giudizio - dice Alemanno - Di fronte a questo un partito forte e responsabile come il Pdl deve avere una grande capacità e una lucidità al proprio interno di distinguere quando parte un attacco, saper difendere fino in fondo chi viene attaccato ingiustamente o saper dire con fermezza che chi non ha le carte in regola deve fare un passo indietro. Il Pdl è un progetto politico troppo importante per farsi condizionare dai Granata o dai giornalisti di turno». Bocchino: abbassare i toni. «Bisogna abbassare i toni. Sia Mantovano, sia Granata sono due persone che hanno lavorato sempre per la legalità. Sarebbe un errore continuare con le polemiche»: a tentare di calmare le acque all'interno del Pdl è il deputato finiano Italo Bocchino. «Granata - dice - non è vero che abbia parlato di pezzi dello Stato coinvolti, ha semplicemente detto che bisogna evitare che ci siano nelle istituzioni comportamenti che facciano pensare ad un abbassamento della guardia nella lotta alla criminalità organizzata. Ora però dobbiamo ribadire tutti insieme che il Pdl si dovrà connotare di più come il partito della legalità. Fabio Granata ha le sue ragioni Mantovano anche. Adesso dobbiamo abbassare tutti i toni e combattere tutti insieme per difendere la legalità». (Il Messaggero, 26 luglio)