Musica


VASCO A TORINO. E CIOTTI PROPONE UN CONCERTO ANTIMAFIA

E' stato davvero difficile scegliere fra le quasi cinquecento mail che hanno inondato i computer de «La Stampa» da quando si è diffusa la notizia della visita di Vasco Rossi per la videochat in diretta di ieri sera negli uffici di Via Marenco. Scartate quelle che chiedevano all'artista di salutare dal palco nella tale data la coppia che festeggiava i dieci anni di matrimonio, messi da parte per ovvie ragioni gli innumerevoli «Ti amo» e «Vasco sei unico», restava comunque uno zoccolo duro di curiosità che andavano dai risvolti del passato e dalla fatica dell'emergere come rocker, al futuro prossimo, ai tour in questa o quell'altra zona, da Roma a Perugia ai calabresi che protestano perché lo vedono poco, il Blasco (però è emerso il ricordo di un concerto gratuito per 350 mila persone a Catanzaro). Con la consueta franchezza, e con quel fondo di eterna, umana timidezza che lo distingue e lo qualifica fra i musicisti del nostro Paese, reduce da una dormita ristoratrice di venti ore Vasco con il suo modo di parlare, con la semplicità acuta e con le puntualizzazioni, ha fatto capire molto di sé ai tantissimi che mai lo avevano sentito parlare così a lungo e su tanti temi. Non si è sottratto alle punte critiche, di un ragazzo che gli rimproverava di non occuparsi nelle sue canzoni di «argomenti seri». L'ispirazione, si sa, non si costruisce a tavolino. Ma a rintuzzare l'attacco ci ha pensato Don Luigi Ciotti, arrivato a salutare ma catturato nella conversazione: «Se non si occupasse di cose serie, non sarebbe mio amico», ha detto il sacerdote, che poi è entrato nell'argomento mafia, invitando esplicitamente il Vate di Zocca a mettersi in gioco per una manifestazione contro gli umori, le complicità, le tolleranze e gli occhi chiusi che permettono a quel sistema di perpetuarsi. Vasco non ha detto di no (ne vedremo delle belle?) ma ha anche anticipato che il prossimo disco di inediti è ormai pronto e finito: «Sarà magari prima di Natale, o subito dopo». Vasco per tutto questo mese resta a Torino per i suoi concerti al Palaisozaki, senza nemmeno tornare a Bologna, ma sempre tenacemente chiuso per scelta in albergo. Non esce più a cena come un tempo faceva, per evitare i pericoli della buona tavola, ma ha eccezionalmente chiuso ieri sera la giornata con una visita al Gruppo Abele. Ho notato che gli si accendono gli occhi soprattutto quando parla della lettura di libri, una conquista di cui vorrebbe trasmettere ai fans la passione: è un nuovo capitolo nella storia dell'Uomo, che parla piano, vola basso, e continua a riservare sorprese. (LaStampa.it, 11 aprile)

SANREMO, SCANU FRA I FISCHI

SANREMO - Valerio Scanu, classe 1990, è il vincitore del sessantesimo festival di Sanremo con il brano «Per tutte le volte che». «Il vincitore più giovane per il festival più vecchio» ha commentato la Clerici dando l'annuncio. In finale il talento di Amici se l'è vista con il trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici (che ha guadagnato il secondo posto con «Italia amore mio») e Marco Mengoni, vincitore di X-Factor, che si è piazzato terzo con Credici ancora». «VERGOGNA, VENDUTI» - Forti proteste hanno accompagnato l'annuncio degli eliminati dato dalla Clerici. Orchestra, pubblico e sala stampa hanno gridato "vergogna", "venduti", "buffoni" e gli orchestrali in segno di protesta hanno accartocciato e lanciato gli spartiti. I fischi cominciano dalla platea quando viene annunciata l'esclusione di Irene Grandi, poi il pubblico contesta rumorosamente l'uscita di Simone Cristicchi. Ma l'esplosione della rabbia, anche della Sanremo Festival Orchestra, si rivela in tutta la sua potenza con l'annuncio della penultima esclusa, Malika Ayane. Il maestro Marco Sabiu dice che gli orchestrali vorrebbero rendere pubblico il loro voto (che unito al televoto dà vita al primo verdetto della serata). Quando, infine, con l'annuncio dell'eliminazione di Noemi, si capisce quali sono i tre finalisti, dalla platea partono i cori "venduti, venduti". In sala stampa la protesta viene sonoramente appoggiata con applausi e fischi. COSTANZO E BERSANI - Arriva poi, come un deus ex machina, Maurizio Costanzo (che anticipa il suo intervento di mezz'ora per aiutare la Clerici a gestire la situazione, pur ammettendo «anch'io preferivo Arisa e Cristicchi»): è la sua prima volta a Sanremo e ne approfitta per ricordare Mike Bongiorno, «che ha condotto ben undici edizioni del festival». Quindi ha invitato sul palco tre operai di Termini Imerese: Calogero Cuccia, dipendente dello stabilimento Fiat; Antonio Tarantino, in cassa integrazione dopo aver lavorato per varie aziende nel servizio di pulizia dei cassoni; Lucia La Placa, che ha perso il lavoro ed è in mobilità (era dipendente della Ergom, poi acquisita dalla Magneti Marelli che opera per Fiat). Costanzo ha dato la parola al segretario del Pd Bersani e al ministro dello Sviluppo economico Scajola, presenti in platea. Ma il mini talk show politico fa rinascere le contestazioni: la platea fischia il segretario del Pd, che elogia l'invito dei lavoratori sul palco spiegando che «non è possibile mandarli sui tetti». Scajola gioca in casa (il suo collegio elettorale è quello di Imperia) e viene fortemente applaudito mentre dice: «Tutti i lavoratori stanno soffrendo la crisi. Per lo stabilimento di Termini Imerese dobbiamo trovare una soluzione che sia compatibile con la competitività». D'ANGELO: UNA VERGOGNA - Durissimo il commento di Nino D'Angelo (eliminato fin dalla prima serata) alla qualificazione in finale del trio di Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici con una canzone che definisce «'na chiavica». «È una vergogna. Solo in un Paese dei balocchi come l'Italia può succedere una cosa del genere. Non mi fa nemmeno rabbia, ma proprio schifo - si sfoga il cantante in un'intervista su Sorrisi.com -. Vinceranno il festival e dire che l'avevo detto già un mese fa. Sono un mago? No, sono solo uno che fa musica e che pensa che il principe non ci azzecchi niente con la canzone. Vedrete, ci prenderanno per i fondelli in tutto il mondo. Sì, certo Pupo è un amico, ma non sono d'accordo con la sua scelta. Anche a Sanremo vince il meccanismo dei reality. Un pseudo-principe che vince: lui l'esilio l'ha già fatto, ma se ci fosse un tribunale della musica ce lo rispedirebbe subito». L'ULTIMA PUNTATA - Tra attesa per il vincitore e polemiche, in particolare sulle voci che davano per probabile una vittoria del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Canonici più volte fischiato dal pubblico ma "ripescato" dal televoto, la puntata si è aperta con Daniel Ezralow in veste di domatore da circo che ha diretto cento bambini che hanno ballato e cantato. Antonella Clerici, in abito nero per la prima volta in questa edizione, ha dedicato la finale ai bambini, «il futuro del mondo». Ed ecco la gara: primo a calcare il palco Valerio Scanu, già da giorni super favorito per la vittoria (anche secondo il sondaggio di Corriere.it) con la sua «Per tutte le volte che», condita da qualche stonatura per l'emozione. La Clerici ha scherzato su un verso del testo: «Come si fa a fare l'amore in tutti i laghi?». «Dipende dalle stagioni» ha risposto il cantante. Prima di esibirsi l'ex concorrente di Amici ha ricevuto un biglietto di Maria De Filippi che gli faceva gli auguri. Sono seguiti altri due nomi emersi da talent show: Noemi e Marco Mengoni. ANCORA FISCHI PER IL TRIO - È seguito un omaggio a Michael Jackson di Travis Payne, coreografo e ballerino che ha lavorato per 18 anni accanto al re del pop. Su richiesta della Clerici ha proposto il passo di danza moonwalk. E vai con le esibizioni: Povia (che ha fatto i complimenti alla Clerici «perché in questo Paese dove non c'è niente di normale hai fatto un festival normale ed efficace»); Malika Ayane, con una maglietta «Start Living Again» (iniziativa che sostiene la ricerca sulla sindrome laterale amiotrofica), ha ricevuto il premio della critica intitolato a Mia Martini e il premio della Sala stampa radio tv per la sua «Ricomincio da qui»; Irene Grandi (che ha detto di essere single). Poi è stato il momento del trio composto da Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici, fischiato per l'ennesima volta dal pubblico. Il principe ha risposto ringraziando: «I fischi ti spingono ad andare avanti, ti danno più forza». Pupo ha aggiunto: «Il primo giorno sono rimasto molto sorpreso, non mi spiegavo perché. Non era mai accaduto, eppure di festival ne ho fatti tanti, che ci fosse una contestazione così ingiustificabile. Comunque la rispetto». CRISTICCHI E CARLA BRUNI - Tocca poi a Irene Fornaciari e i Nomadi, con «Il mondo piange»: la figlia di Zucchero dice che papà le ha dato «tanti consigli: il più importante, essere onesta con il pubblico, non tradire me stessa sul palco e non mettere mai la maschera». Inevitabile alla fine di «Meno male» la domanda di Antonella Clerici a Simone Cristicchi su Carla Bruni: «Veramente hai chiesto a Carla Bruni di venire a cantare con te?». «Non so se gli italiani ne sarebbero stati felici» ha risposto Cristicchi che ha poi voluto ricordare la poetessa Alda Merini. Arisa con le Sorelle Marinetti e «Malamoreno» ha chiuso la prima parte della gara. Intermezzo con battuta hard della Clerici: dopo l'esibizione di Lorella Cuccarini coperta solo di una chitarra l'ha definita «una topolona». L'ospite internazionale è stata Mary J. Blidge, rimasta sola dopo il forfait di Tiziano Ferro: ha cantato «Each tear» e intonato con la Clerici un corale «happy birthday» per il compleanno del cantante. BERSANI CON LA FIGLIA - Tra gli ospiti vip c'era dunque Pier Luigi Bersani (non in prima fila, per la par condicio), accompagnato dalla figlia Elisa di 26 anni. «È da sempre che gli rompevo le scatole con Sanremo. Poi quest'anno mi ha detto: "dai, andiamo"» ha raccontato la ragazza. Poi i giudizi: «Cristicchi è simpatico e trascinante, Arisa è molto brava e Malika Ayane è brava ma forse un po' troppo sofisticata per me». Elisa Bersani ha seguito il padre nel breve tour a Sanremo prima dell'inizio del festival. «Ora se riusciamo ad andare in albergo mi cambio sennò resto in jeans - ha scherzato -. Solo che poi diranno "'sti comunisti malvestiti"». LE "PAGELLE" DEL SEGRETARIO - Il segretario del Pd, arrivando a Sanremo, ha commentato l'andamento della kermesse elogiando la conduttrice: «Fa benissimo il suo mestiere, ha interpretato un'Italia che ora ha bisogno di un po' di rassicurazione e semplicità». Poi anche lui ha formulato le sue "pagelle", criticando il brano del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Canonici («L'idea dello sciopero della fame se dovesse vincere non è male» ha detto riprendendo un'idea del direttore della rivista di Farefuturo Filippo Rossi) e spiegando che le sue canzoni preferite sono quelle di Irene Grandi e Simone Cristicchi. Ma si è rifiutato di immaginare il vincitore: «Un toto Sanremo? No, non ci provo nemmeno». Restando in tema musicale a chi gli chiede quale sia la canzone di Vasco più rappresentativa del Pd, Bersani risponde con sicurezza: «Scelgo "Siamo solo noi", perché in Italia noi siamo l’unica alternanza possibile a questo governo. Fatto questo, potremo dire "Vado al massimo"». «FINCHÉ LA BARCA VA» - Il leader del Pd ha avuto anche un pensiero per il premier: «Se dovessi dedicare una canzone a Berlusconi scegliere "Finché la barca va"». Immediata la replica del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti: «A Bersani, colto dalla sindrome di Sanremo, dedichiamo, tutti in coro, "Bella ciao": il nostro addio alla sinistra riformista che se ne è andata con Di Pietro». E la deputata del Pdl Margherita Boniver: «Io gli dedico una canzone d’antan di Bobby Solo che va bene solo per lui: "Una lacrima sul viso"». Dal canto suo Bersani ha spiegato così la sua partecipazione al festival: «Non credo che sia una passerella in vista delle Regionali: credo al principio che se a uno piace la musica ed è segretario del Pd non capisco perché non possa andare a Sanremo». E ha apprezzato la presenza di una delegazione di operai di Termini Imerese: «Perché costringerli a salire sul tetto? Portiamoli a Sanremo. È molto importante che certi problemi non siano dimenticati nel momento del divertimento e che i problemi non vengano cacciati dalla visibilità». (Corriere della Sera, 21 febbraio)

postato da Andrea Besenzoni
SI SCIOLGONO GLI OASIS

MILANO — Una chitarra rotta entra nel futuro del rock. E divide i fan. Gli Oasis si sono sciolti. L’ennesima rissa dei fratelli Gallagher. Colpa di Liam, il cantante, che ha sfasciato la chitarra di Noel, il cervello della band, pochi minuti prima del concerto di venerdì a Parigi. «Un’enorme litigata» l’ha definita la cantante scozzese Amy Macdonald, anche lei nel cast della serata, quasi in diretta sul social network Twitter. Show cancellato. Noel che se ne va e posta sul sito ufficiale della band l’addio «con un po’ di tristezza e grande sollievo» e confessa di non poter stare col fratello «un giorno di più». Dopo 18 anni di malefatte di Liam è stufo. «Avete il diritto di sapere che il livello di delle intimidazioni verbali e violente verso di me, la mia famiglia, i miei amici e compagni è diventata insostenibile. e la mancanza di supporto e comprensione del management e dei compagni del gruppo mi ha lasciato senza alternative» ha aggiunto ieri con un’altra lettera. Internet, i social network come Twitter diventano anche il luogo di sfogo dei fan. La maggioranza sta con Noel, l’autore di tutti i più grandi successi. Liam si prende quasi esclusivamente insulti che vanno dallo zoticone in su. «Noel ha lasciato gli Oasis, grande gioia in questa casa. Ora aspettiamo i suoi dischi nuovi» scrive carolrainbow desiderosa di una carriera solista per il maggiore dei due eterni litiganti. C’è chi dissente: «Il pugile cavernicolo signor Noel Gallagher abbandona la troupe di menestrelli Oasis dopo anni e una canzone» commenta DrSamuelJohnson. Qualcuno vorrebbe che tornassero indietro. Kwonsoonyong si rivolge direttamente a Liam (la cui pagina però tace): «Gli Oasis sono delinea­ti dalla tua voce e dalle canzoni di Noel... Per favore, fate pace». L’Inghilterra del rock è sotto choc. «La loro musica e le loro mos­sette hanno cambiato la vita di un’intera generazione di giovani fan della musica come me... Po­tremmo aver perso una delle più grandi rock’n’roll band di sempre» scrive sul sito del Guardian il criti­co Tim Jonze. Delusione anche per i fan italia­ni. Questa sera alla Fiera di Rho-Mi­lano gli Oasis avrebbero dovuto chiudere il tour e prendersi una lunga e annunciata pausa di alme­no cinque anni. Avrebbe potuto es­sere una festa per tutti, fan e artisti. E invece lo show non si terrà mai. Nonostante il forfait dei fratelli Gal­lagher, l’I Day Festival di cui avreb­bero dovuto essere headliner (il gruppo più importante) rimane in piedi. Indipendente, il promoter della manifestazione, ha comunica­to che The Kooks, Kasabian, Twisted Wheel, Expatriate e The Hacienda si esibiranno comunque. E che, al posto degli Oasis, ci saran­no i Deep Purple. Con l’annullamento arrivano an­che le richieste di rimborso. Gli or­ganizzatori, che si definiscono «parte danneggiata tanto quanto tutti coloro che hanno acquistato il biglietto» non hanno ancora deci­so che fare. «Stiamo valutando tut­ti gli aspetti tecnici e operativi ri­guardo all’accaduto, purtroppo tut­to si è svolto all’improvviso e non abbiamo un quadro completo circa la vicenda per prendere decisioni ufficiali» dicono. Ci sono di mezzo contratti con le altre band, assicura­zioni, accordi con sponsor e istitu­zioni, la quota Siae e altri elementi che rendevano impossibile cancel­lare l’I-Day. «Per ora possiamo offrire a tutti quelli che han­no comprato il biglietto, sia che vengano sia che deci­dano di non partecipare, uno sconto di 20 euro sull’ingresso dell’anno prossimo» annuncia Corrado Rizzotto, re­sponsabile di Indipen­dente. La chiusura della let­tera di Noel non lascia speranze. «Ora scusate­mi ma ho una famiglia e una squadra di calcio (il Manchester City , ndr ) a cui dedicarmi». Fine di un’epoca. (Corriere.it)

postato da Andrea Besenzoni
Il Messaggero, 11 gennaio 2008
I REM A TORINO

"Michael Stipe è stato qui". Ieri sera una folla entusiasta ha salutato il ritorno in città dopo 13 anni dei R.E.M., gruppo statunitense che da oltre 25 anni calca le scene di tutto il mondo e che ha regalato ai fan una serata da ricordare. Il gruppo era in vena, Stipe sul palco il solito inarrestabile entertainer: a tutto ciò si deve aggiungere l'incredibile lavoro svolto sul maxi-display alle spalle del gruppo dalla "maga delle luci" Susanne Sasic, che il cantante ha doverosamente ringraziato durante la serata. Che dire del concerto? L'inizio è stato un po' in sordina, forse per aspettare i ritardatari: il concerto, previsto ufficialmente per le 21, è iniziato con estrema puntualità (alle 21:06 i tre di Athens già suonavano!), evento raro dalle nostre parti. La scaletta è stata un crescendo continuo ("Siamo stanchissimi in questo periodo - ha detto il cantante - e la scaletta di stasera l'abbiamo fatta fare a Peter Buck: lui diceva i titoli e noi divevamo sempre sì, senza quasi ascoltarlo... Non ci siamo accorti che aveva inserito due volte lo stesso pezzo!"). Abbiamo fatto qualche video, e ve lo proponiamo: non eravamo esattamente sotto al palco, ma possono bastare per farsi un'idea. Ecco il primo, "The great beyond": La platea era composta da vecchi fan della band, l'età media non era di sicuro al di sotto dei 35 anni e di conseguenza il maggiore entusiasmo è stato manifestato verso i grandi classici: "The one I love", ad esempio, ha scaldato i cuori di tutti e regalato una splendida e spontanea coreografia del pubblico. Eccone un estratto video: Nel finale Stipe (che ha confessato di essere venuto in questi anni a Torino da turista, senza la band) ha chiamato sul palco due ragazzi che si erano truccati come solitamente fa lui (ma non ieri): una striscia di matita nera a formare una specie di maschera. Con loro ha intonato una scatenata "It's the end of the world (as we know it)" che ha fatto ballare l'intero PalaIsozaki! Subito dopo, il commiato consueto con "Man on the moon": la canzone, originariamente scritta per l'omonimo film di Milos Forman sul comico Andy Kaufman, è stata dedicata da Stipe a Paul Newman, scomparso proprio ieri ("Rest in peace, we love you", ha detto commosso). Dopo due ore di concerto, i saluti. Tutti contenti, tutti felici di aver (ri)visto i R.E.M. in città: speriamo non debbano passare altri 13 anni! Chiunque abbia registrato con la propria macchina dei video del concerto (come abbiamo fatto noi) può condividerli con lo stesso gruppo caricandoli nell'apposito spazio sul loro sito: http://tour.remhq.com/.

postato da Andrea Besenzoni
Euroteca, 28/09/08
SUBSONICA, CONSACRAZIONE IN CASA

Il cielo su Torino stavolta è impietoso. O forse ancor più struggente, in questa notte che è come un ritrovo tra vecchi amici. E una riconciliazione con certi presunti nemici. Piove, e solo quando cala il buio, l’incantesimo si rompe: la piazza che sembrava sgombra lascia posto all’invasione Subsonica. Sei, settemila, che diventano dieci quando il concerto comincia e il cielo smette di fare le bizze. Piazza Vittorio regge l’urto con disinvoltura. E senza un briciolo di veleno. Significa tanto, questa notte. La piazza delle tensioni messa alla prova. È piena quasi per metà, ben più affollata di un qualsiasi sabato sera. Mezza città confluisce qui. Ed è uno scherzo del destino che siano proprio i Subsonica a tenerla a battesimo. A vedere l’effetto che fa, dopo le polemiche e le scaramucce.Missione compiuta, come se per questa volta fosse stato firmato un patto segreto: «Non roviniamo la festa». Sarà che mancano le auto, che poi sono la genesi della contesa. Fuori dal rettangolo, lontane dalla piazza. I posti di blocco dei vigili sono piazzati tutto intorno: le auto vengono dirottate altrove già a metà di via Po, e poi alla Gran Madre, in corso San Maurizio, direttamente all’imbocco di corso Cairoli. Zona off limits: niente multe stanotte. Niente vigili: se ne restano ai bordi della piazza, controllano il traffico. Per la folla, invece, bastano un paio di pattuglie di polizia e carabinieri. Una manciata di agenti, che sorvegliano discreti, da lontano, o s’aggirano sereni, tra la folla impaziente. Che fischia, sì, ma solo perché il concerto tarda a cominciare, mentre la marea monta, la pioggia concede tregua e gli sguardi restano immobili a fissare quattro strumenti e un microfono in cerca d’autore. La voce della piazza, però, racconta ancora di sabato scorso, di tre settimane fa. Folla contro vigili. L’assurda guerriglia della libera repubblica del mojito contro lo Stato. «Robe da pazzi, che senso ha attaccare vigili e carabinieri?», si domanda Mario Casiddu da Ivrea. Uno di quelli che migrano il sabato sera, macinano chilometri per ritrovarsi all’incrocio tra il fiume e la notte. Atmosfera distesa, stasera si balla e si canta, altro che insulti. «Questo concerto arriva al momento giusto», dice Elisa Francescotti. Arriva a riconciliare. «Ci volevano loro, i Subsonica che sono parte di questa città e di questa piazza». Qualcuno affonda il colpo, mette a nudo certe contraddizioni. «Ci hanno detto che Torino doveva trasformarsi, diventare capitale della cultura. Bene, sta succedendo. Ma queste trasformazioni vanno accompagnate. Seguite», spiega Agnese Bonino. Cioè? «Questa piazza, e i Murazzi, sono cultura. E qualcuno crede bastino i locali. Invece no: dove c’è tanta gente servono anche servizi: parcheggi, bagni, mezzi pubblici». Ma, in fondo, non è serata da polemiche: certi spettacoli, per di più gratuiti, sono diventata merce rara. E certi incroci del destino - i Subsonica nella piazza che li ha visti nascere, dietro il Po e appena sopra i Murazzi - azzerano i rancori. Parola di Federica Guarnieri: «È l’amalgama perfetto, e il fatto che arrivi ora vale doppio». Palco e piazza già si scambiano effusioni. «Che questa magnifico luogo, stasera, diventi un’immensa discoteca».

postato da Andrea Besenzoni
La Stampa, 25/05/08
ROMA, TRIONFO PER I GENESIS

ROMA - "Sarà un concerto di canzoni d'annata", annuncia in italiano Phil Collins aprendo il Telecomcerto al Circo Massimo. E così è stato. Davanti a diverse centinaia di persone (500 mila per il Comune di Roma) i Genesis hanno chiuso trionfalmente nella Capitale la tranche europea del loro Turn it on again Tour. E, nonostante mancasse il tanto atteso ex leader carismatico Peter Gabriel, la band britannica non ha deluso le attese. Passando con disinvoltura dallo stadio di Wembley, dove una settimana fa hanno partecipato al Live Earth, all'antichissimo Circo Massimo, Phil Collins, Mike Rutherford e Tony Banks, di nuovo sulle scene live dopo 15 anni e con 130 milioni di dischi venduti alle spalle, sono stati i gladiatori della quinta edizione del Telecomcerto, evento gratuito organizzato da Telecom Progetto Italia con il Comune di Roma. La premiata ditta Collins-Banks-Rutherford non ha badato a spese: oltre due ore di show su un mega-palco iper-tecnologico di 64 metri di larghezza e 28 di altezza e profondità, 90 milioni di led a comporre un mega-schermo, esplosioni e fuochi che hanno illuminato la torrida e stellata notte romana. I Genesis hanno infiammato i fan regalando i loro pezzi storici ripescati dal loro ricco repertorio (e su 24 brani cinque portavano la firma di Gabriel). Per tutti coloro che non hanno potuto essere presenti o per chi volesse un ricordo della serata, uscirà un dvd, girato dal figlio di Rutherford, Harry. Il Circo Massimo si accende subito con Behind the Lines e Dukés End, per passare poi all'energetica Turn it on Again, del 1980. Le lancette di un gigantesco orologio scorrono velocissime in senso antiorario sul ledwall e la band di Nursery Crime si compatta per No son of mine, impreziosita dall'inossidabile voce del 56enne Collins, in ottima forma, e dalle tastiere dell'imperturbabile Banks. Uno show teatrale e ricco di effetti visivi di grande impatto, di cui non c'era quasi traccia nell'avvio del tour, l'11 giugno a Helsinki, dove il sole non tramontava mai. Dopo Land of Confusion, Tonight, tonight e Invisible Touch, tutti dall'omonimo album dell"86, ecco i pezzi del periodo d'oro, quello tra la leadership di Gabriel e i cinque anni successivi al suo addio: emozione e brividi con un medley che offre in successione In The Cage (dal monumentale capolavoro del '74 The Lamb lies down on Broadway), The Cinema Show (entrambe firmate dai tre attuali membri piu' Gabriel e l'ex mitico chitarrista Steve Hackett), Dukés Travels e Afterglow. Dopo Hold of my Heart di Collins e Home by the Sea di Banks, si arriva alla leggera Follow you Follow me, e da due perle: Firth of Fifth e I know what I like, sulle quali grava l'inconfondibile impronta di Gabriel. Non sarà stato sul palco accanto agli ex colleghi, ma un Peter giovanissimo, versione anni Settanta, appare sul ledwall insieme agli altri Genesis dei tempi andati. I fan si devono 'accontentare' di Collins, che ironicamente cerca di ripetere le sue celebri acrobazie con il tamburello, urla la sua Mama mentre, esattamente come 20 anni, il faccione é illuminato dal basso drammatizzando al massimo il set; dirige con autorità il mare di gente in una gigantesca ola al momento di Domino, coinvolgendo le differenti fasce di pubblico in un divertente 'effetto domino'. Con il potente Chester Thompson alla batteria, dà quindi vita a un duetto rock da ricordare per molto tempo, che sfocia nella magnifica Los Endos, tratta da Trick of the Tail, del 1976. Phil, cantante, musicista e batterista cui è toccato svolgere il difficile compito di raccogliere il testimone di Gabriel e che nel 2004 aveva annunciato il suo addio alle scene, non delude. I bis chiudono la serata in bellezza: l'ironica I can't dance lascia il posto, per il gran finale, all'indimenticata Carpet Crawlers. Il pubblico del Circo Massimo si fonde in un unico coro. Anche quest'ultimo brano è tratto da The Lamb, che consacrò Peter Gabriel e che fu anche l'album del suo addio. C'é da augurarsi che il saluto finale della band alla folla felice del Circo Massimo sia stato non un addio, ma un arrivederci. Il Telecomcerto è un evento al quale Telecom Italia non vorrebbe rinunciare. e per il prossimo anno si vorrebbero portare a Roma nomi come Michael Bublé, Police, Pink Floyd e David Bowie.

postato da Andrea Besenzoni
ansa, 15/07/07
HEINEKEN JAMMIN FESTIVAL, URAGANO (SUL) ROCK

Grandine e vento hanno travolto l'Heineken Jammin' Festival al Parco San Giuliano di Mestre (Ve), provocando il crollo di alcune torri che sostenevano luci e amplificazione e causando il ferimento di una decina fra spettatori e addetti alla sicurezza. L'intera area del Festival è stata sconvolta, diverse installazioni sono state rovesciate dal vento e dall'acqua. Il concerto è stato sospeso prima dell'esibizione dei My Chemical Romance. Stasera avrebbero dovuto salire sul palco Linkin Park, The Killers e Pearl Jam. La bufera si è abbattuta improvvisa sul Parco San Giuliano con raffiche di grandine e vento violentissime. Nell'area del concerto c'erano all'incirca 30 mila persone e i ragazzi hanno cercato riparo sotto le torri, fatte di tubi innocenti, coperti con teli, e dove erano montate le luci e degli schermi per ritrasmettere le immagini dal palco. I ragazzi rimasti feriti sono proprio quelli che avevano cercato riparo sotto le torri crollate. Al momento non è possibile ancora sapere la gravità delle lesioni. Alcuni tra gli infermieri intervenuti nei soccorsi hanno parlato di fratture alle gambe e traumi cranici. L'atmosfera è inquietante e la paura si legge sul volto di tutti. La data di domani 16 giugno -in cui erano previste le esibizioni tra gli altri di Juliette & The Licks, Incubus, Smashing Pumpkins ed Aerosmith- è stata cancellata. E' di poco la notizia secondo cui è stato deciso di annullare anche il concerto di Vasco Rossi, previsto per domenica. In un primo tempo si era pensato di far esibire Vasco sul palco minore riservato agli emergenti, ma per motivi di ordine pubblico legati alla grossa affluenza l'ipotesi è immediatamente tramontata. Verranno restituiti i soldi di tutti i biglietti della manifestazione, compresi quelli dei concerti della giornata di oggi. Basterà rivolgersi al luogo dove è avvenuto l'acquisto per ottenere il rimborso. (castlerock.net)

postato da Andrea Besenzoni
18/06/07
POLICE IN TRIONFO A TORINO

Il bianco e il biondo prevalgono sulle testoline laggiù, annegate nell’enormità di un palco incorniciato da una corona di luci bianche e da molti maxischermi. Sono tre uomini orgogliosamente soli, che non hanno bisogno di addendi e aiutanti perché ognuno di loro deve mostrare al mondo (e agli altri due) quanto è ganzo. Sting, Andy Summers, Stewart Copeland, riuniti come un quarto di secolo fa nei Police, hanno lasciato ieri il loro fuggevole segno in Italia; sono state due ore piacevoli, trascinanti, di concerto qui allo stadio Delle Alpi di Torino, coronate da un successo eclatante. Una serata d’autunno ancora sopportabile, che non ha congelato le oltre 65 mila persone arrivate da tutta Italia alla ricerca di un suono e di canzoni del passato, ma che per molti versi restano attuali, contemporanee, non foss’altro perché Sting - che non è mica scemo - ha continuato a portare a spasso nel mondo questi stessi titoli con la propria band, rendendoli familiari a coloro che nell’epoca Police non erano neppure nati. Non c’è stato tanto un elemento sorpresa, quanto piuttosto la frizzante riconferma dell’abilità dei tre incalliti individualisti, nel mescolare e confondere il talento di ciascuno: Sting, il bello con il cervello, in total black, muscoloni che stringono il basso d’epoca Fender con il quale gioca disinvolto in abilità, voce in gran spolvero nel giorno del suo compleanno; Stewart Copeland, lo spilungone intelligente, che maneggia la batteria con un’arte felice e feroce che si è migliorata nel tempo (vedere la performance alle percussioni in Wrapped Around Your Finger); la chitarra di Andy Summers è provetta, anche se a volte esagera un po’. La serata comincia con Get Up Stand Up di Marley, a rimarcare un antico legame di questi tre bianchi con il reggae che fece la loro fortuna; ed è subito Message in a Bottle tiratissima, con coro dello stadio, poi la complessa architettura di Synchronicity II, con furore di tamburi; la strada scelta è di accentuare la contemporaneità del repertorio con tutte le astuzie a disposizione. Sting saluta e presenta i compagni, e in una luce azzurra Walking on the Moon in reggae dà il via a una rimarchevole carrellata in effetti assai migliorata rispetto al già buon debutto di Vancouver. La riscrittura complessa e sofisticata di pezzi come When The World is Running Down (quasi barocca), la jazzeria elegante di Driven to Tears, il ritmo sincopato di Hole in My Life con la citazione di Hit the Road Jack (un successo di Ray Charles nel 1961), l’allegria ragionata di Every Little Thing She Does is Magic e De Do Do Do De Da DA DA mostrano che i tre riuniti si divertono, si arricchiscono anche artisticamente. Non c’è mai freddezza, e l’abilità collettiva sta nel riempire ogni spazio sonoro senza (quasi) mai prevedibilità, con aperture armoniche spesso impreviste sui brani più famosi: il tutto sorretto da uno Sting molto in palla pure sul piano vocale. A tratti, sembra uno dei suoi concerti solisti, però con una band dotata di attributi. L’appeal della loro immagine sta anche nel fatto che i tre hanno sì una certa età, ma hanno cominciato tardi, finendo nella generazione successiva ai grandi Dinosauri del rock come gli Stones, e mettendosi dunque al riparo da battutacce e perfino, direi, nostalgia. I Police sono più o meno coetanei dei Genesis (Summers ha addirittura l’età di Jagger) ma nella percezione generale sono assai più freschi: perché collegati alla meraviglia che suscitarono nel post punk, quando la dissoluzione dei suoni e delle idee si scontrarono con questi tre personaggi alle prese con una musica che si poteva nuovamente godere, con anche una pretesa di intellettualismo sconosciuta fino a quel momento. Non si può abbandonare la serata di ieri senza almeno ricordare che avevano aperto (nell’indifferenza generale) il figlio di Sting, Joe Sumner, con i suoi Fiction Plane; e prima l’Ensemble della Notte della Taranta (per l’occasione con la voce di Raiz) invitato da Copeland che ne è stato per una stagione il coordinatore a Melpignano, nel 2003. Gran nerbo e bravura, con un ritmo così particolare che avrebbe fatto fortuna in ogni Paese che ne fosse stato titolare, ci hanno ricordato con la loro fatica entusiasta quanto siamo provinciali noi italiani, maldestri nell’esportazione di musica, e capaci solo di affezionarci in massa al reggae altrui. (la stampa)

postato da Andrea Besenzoni
03/10/07
SGTPEPPER, CHE CAMBIO' IL ROCK

ROMA - "Solo noi a fare un bello spettacolo": non poteva che essere di Paul McCartney la definizione più profonda del capolavoro dei Beatles e dell'album più importante della storia del rock. Il primo giugno si celebrano i 40 anni dell' uscita di 'Sgt. Pepper lonely heart's club band' (negli Usa è stato pubblicato il giorno dopo), il disco che ha trasformato in linguaggio globale la rivoluzione dell'amore e l'ottimismo dello splendore creativo della pischedelia anni '60 grazie a un miracolo di ispirazione che ha fatto coincidere in un'opera libertà musicale, rivoluzionarie soluzioni tecniche per la registrazione, coerenza di concezione e stupefacenti aperture verso il nuovo. Dopo 'Sgt. Pepper' la musica popolare è diventata più consapevole, complessa, libera dagli obblighi della schema-canzone 'strofa-ritornello-inciso'. Per la storia, 'Sgt. Pepper' è il primo album inciso dai Beatles dopo il ritiro dalle scene dei concerti. Stressati dai ritmi isterici della Beatlemania, John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr erano stanchi di essere i Beatles: da qui l'idea dell'album inciso da una band inventata, la Sgt. Pepper lonely heart's club band, per l'appunto. "Era beIlissimo, per la prima volta in studio eri libero di suonare quello che volevi, non eri uno dei Beatles ma qualcun'altro", raccontò McCartney. In realtà dell'idea della banda inventata restano sostanzialmente la copertina e due brani, entrambi di Paul, quello che dà il titolo all'album e 'With a little help from my friend', cantato da Ringo che nel disco viene presentato come Billy Shears, cantante confidenziale della band, con un doppio salto di identità, visto che è stato l'unico della band a usare un nome d'arte (si chiama Richard Starkey). La copertina, un capolavoro di pop art, è anche l'ultima testimonianza dei Quattro con un look uniforme che è stato uno dei propellenti della Beatlemania nel mondo. La foto di Michael Cooper fissa un'opera creata da Peter Blake. Al centro John, Paul, George e Ringo con le divise da banda militare ultra decorate (alcune della medaglie vengono da Buckingham Palace). Sullo sfondo un gruppo di sagome di cartone di personaggi famosi. Ai piedi dei Quattro, il nome Beatles scritto con i fiori (c'é anche una chitarra fatta di fiori) come se fosse su una tomba. Per la prima volta nella storia, sulla copertina compaiono anche tutti i testi dellialbum. Mai una copertina è stata così studiata, analizzata, ma, soprattutto, ha avuto un simile impatto sull'immaginario giovanile. Album seminale, 'Sgt Pepper' è anche il disco che ha fissato le regole del moderno lavoro in studio di incisione. Sia sul piano creativo musicale che tecnico. Per registrarlo sono stati usati un'orchestra di 160 elementi, i primi esperimenti di sovraincisione, il primo esempio di Mellotron, di registrazione multitracce (mettendo in parallelo due registratori a quattro piste - quelli a otto arriveranno in Europa poco dopo), di effetti, di riduzione del rumore, per non dire di arrangiamenti e strumenti mai sperimentati prima. L'unico possibile riferimento è Phil Spector che, non caso, ha firmato da produttore 'Let it be' e i dischi solisti di Lennon e che era il santone musicale di Brian Wilson, l'autore di quel 'Pet sounds' (1966) che è una delle ispirazioni di 'Sgt. Pepper'. Gioielli di un'epoca straordinaria in cui i Beatles, mentre incidevano il loro capolavoro, pubblicarono il singolo perfetto, quello con 'Strawberry fields forever' e 'Penny Lane'. George Martin, il produttore genio dei Beatles, anzi il 'quinto Beatle', non si è mai perdonato di non aver incluso i due brani nell'album.

postato da Andrea Besenzoni
23/03/07
I GRANDI RITORNI

Nella musica è abbastanza normale che ci sia una certa ciclicità, ma questo periodo è segnato da ritorni in auge di nomi che da tempo non si sentivano più. Se vogliamo cominciare da non molto tempo fa, ecco che dopo anni di inattività come band Simon LeBon e soci tornano con un disco tutto nuovo un po’ meno elettronico del loro periodo d’oro ma abbastanza apprezzabile anche da chi non ha vissuto quegli anni. Ma quest’anno i ritorni si fanno più strabilianti, partiamo da casa nostra: i Righeira di “Vamos a la Plaja” direttamente dagli ’80 tornano con un disco nuovo di zecca dal titolo “Mondovisione”. Non basta: direttamente dallo scorso decennio abbiamo due reunion, una parziale, i Take That con un nuovo album (che però non vede la partecipazione di Robbie Wiliams ormai lanciato nella sua carriera personale), e una che ancora è solo un rumor della loro contropartita femminile le “Spice Girls”: staremo a vedere. Ma la ciliegina sulla torta ce la danno tre ragazzi, ormai non più tali, inglesi che dopo quasi 30 anni di carriere soliste più o meno fortunate tornano (per ora solo dal vivo con il loro vecchio repertorio) a far sognare migliaia di fan, sono delle icone della musica di tutti i tempi, hanno trasformato una musica prettamente giamaicana in un misto con il rock e il pop: The Police. Il loro tour infatti inizierà in tarda primavera e andrà avanti per tutta l’estate… e se ce l’hanno fatta loro perché non sognare di rivedere insieme altri nomi altisonanti come Pink Floyd, Led Zeppelin Genesis (con Peter Gabriel) ecc...?

Marco Musella
16/02/07